Unità d’Italia 150° — L’ intervento integrale del Presidente Napolitano alla Seduta comune del Parlamento

Il Presidente Napolitano alla Camera - 17 marzo 2011

Il Pre­si­dente Na­po­li­tano alla Ca­mera — 17 marzo 2011

Il te­sto in­te­grale dell’ in­ter­vento del Pre­si­dente Na­po­li­tano alla Se­duta co­mune del Par­la­mento in oc­ca­sione dell’apertura delle ce­le­bra­zioni del 150° an­ni­ver­sa­rio dell’Unità d’Italia — Mon­te­ci­to­rio, 17/03/2011

«Sento di do­ver ri­vol­gere un ri­co­no­scente sa­luto ai tanti che hanno rac­colto l’appello a fe­steg­giare e a ce­le­brare i 150 anni dell’Italia unita : ai tanti cit­ta­dini che ho in­con­trato o che mi hanno in­di­riz­zato mes­saggi, espri­mendo sen­ti­menti e pen­sieri sin­ceri, e a tutti i sog­getti pub­blici e pri­vati che hanno pro­mosso ini­zia­tive sem­pre più nu­me­rose in tutto il Paese. Isti­tu­zioni rap­pre­sen­ta­tive e Am­mi­ni­stra­zioni pub­bli­che : Re­gioni e Pro­vin­cie, e in­nan­zi­tutto mu­ni­ci­pa­lità, Sin­daci an­che e in par­ti­co­lare di pic­coli Co­muni, a con­ferma che quella è la no­stra isti­tu­zione di più an­tica e ra­di­cata tra­di­zione sto­rica, il ful­cro dell’autogoverno de­mo­cra­tico e di ogni as­setto au­to­no­mi­stico. Scuole, i cui in­se­gnanti e di­ri­genti hanno espresso la loro sen­si­bi­lità per i va­lori dell’unità na­zio­nale, sti­mo­lando e rac­co­gliendo un’attenzione e di­spo­ni­bi­lità dif­fusa tra gli stu­denti. Isti­tu­zioni cul­tu­rali di alto pre­sti­gio na­zio­nale, Uni­ver­sità, As­so­cia­zioni lo­cali le­gate alla me­mo­ria della no­stra sto­ria nei mille luo­ghi in cui essa si è svolta. E an­cora, case edi­trici, gior­nali, ra­dio­te­le­vi­sioni, in primo luogo quella pub­blica. Gra­zie a tutti. Gra­zie a quanti hanno dato il loro ap­porto nel Co­mi­tato in­ter­mi­ni­ste­riale e nel Co­mi­tato dei ga­ranti, a co­min­ciare dal suo Pre­si­dente. Co­mune può es­sere la sod­di­sfa­zione per que­sto di­spie­ga­mento di ini­zia­tive e con­tri­buti, che con­ti­nuerà ben ol­tre la ri­cor­renza di oggi. E an­che, ag­giungo, per un ri­lan­cio, mai così va­sto e dif­fuso, dei no­stri sim­boli, della ban­diera tri­co­lore, dell’Inno di Ma­meli, delle me­lo­die risorgimentali.

Si è dun­que lar­ga­mente com­presa e con­di­visa la con­vin­zione che ci muo­veva e che così for­mu­lerò : la me­mo­ria de­gli eventi che con­dus­sero alla na­scita dello Stato na­zio­nale uni­ta­rio e la ri­fles­sione sul lungo per­corso suc­ces­si­va­mente com­piuto, pos­sono ri­sul­tare pre­ziose nella dif­fi­cile fase che l’Italia sta at­tra­ver­sando, in un’epoca di pro­fondo e in­ces­sante cam­bia­mento della realtà mon­diale. Pos­sono ri­sul­tare pre­ziose per su­sci­tare le ri­spo­ste col­let­tive di cui c’è più bi­so­gno : or­go­glio e fi­du­cia ; co­scienza cri­tica dei pro­blemi ri­ma­sti ir­ri­solti e delle nuove sfide da af­fron­tare ; senso della mis­sione e dell’unità na­zio­nale. E’ in que­sto spi­rito che ab­biamo con­ce­pito le ce­le­bra­zioni del Centocinquantenario.

Or­go­glio e fi­du­cia, in­nan­zi­tutto. Non te­miamo di trarre que­sta le­zione dalle vi­cende ri­sor­gi­men­tali! Non la­scia­moci pa­ra­liz­zare dall’orrore della re­to­rica : per evi­tarla è suf­fi­ciente af­fi­darsi alla lu­mi­nosa evi­denza dei fatti. L’unificazione ita­liana ha rap­pre­sen­tato un’impresa sto­rica straor­di­na­ria, per le con­di­zioni in cui si svolse, per i ca­rat­teri e la por­tata che as­sunse, per il suc­cesso che la co­ronò su­pe­rando le pre­vi­sioni di molti e pre­miando le spe­ranze più au­daci. Come si pre­sentò agli oc­chi del mondo quel ri­sul­tato? Ri­leg­giamo la let­tera che quello stesso giorno, il 17 marzo 1861, il Pre­si­dente del Con­si­glio in­di­rizzò a Ema­nuele Tap­pa­relli D’Azeglio, che reg­geva la Le­ga­zione d’Italia a Lon­dra : «Il Par­la­mento Na­zio­nale ha ap­pena vo­tato e il Re ha san­zio­nato la legge in virtù della quale Sua Mae­stà Vit­to­rio Ema­nuele II as­sume, per sé e per i suoi suc­ces­sori, il ti­tolo di Re d’Italia. La le­ga­lità co­sti­tu­zio­nale ha così con­sa­crato l’opera di giu­sti­zia e di ri­pa­ra­zione che ha re­sti­tuito l’Italia a se stessa.

A par­tire da que­sto giorno, l’Italia af­ferma a voce alta di fronte al mondo la pro­pria esi­stenza. Il di­ritto che le ap­par­te­neva di es­sere in­di­pen­dente e li­bera, e che essa ha so­ste­nuto sui campi di bat­ta­glia e nei Con­si­gli, l’Italia lo pro­clama so­len­ne­mente oggi».

Così Ca­vour, con pa­role che ri­spec­chia­vano l’emozione e la fie­rezza per il tra­guardo rag­giunto : sen­ti­menti, que­sti, con cui pos­siamo an­cor oggi iden­ti­fi­carci. Il plu­ri­se­co­lare cam­mino dell’idea d’Italia si era con­cluso : quell’idea-guida, per lungo tempo ir­ra­dia­tasi gra­zie all’impulso di al­tis­simi mes­saggi di lin­gua, let­te­ra­tura e cul­tura, si era fatta strada sem­pre più lar­ga­mente, nell’età della ri­vo­lu­zione fran­cese e na­po­leo­nica e nei de­cenni suc­ces­sivi, rac­co­gliendo ade­sioni e forze com­bat­tenti, ispi­rando ri­ven­di­ca­zioni di li­bertà e moti ri­vo­lu­zio­nari, e in­fine im­po­nen­dosi ne­gli anni de­ci­sivi per lo svi­luppo del mo­vi­mento uni­ta­rio, fino al suo com­pi­mento nel 1861. Non c’è di­scus­sione, pur le­cita e fe­conda, sulle om­bré, sulle con­trad­di­zioni e ten­sioni di quel mo­vi­mento che possa oscu­rare il dato fon­da­men­tale dello sto­rico balzo in avanti che la na­scita del no­stro Stato na­zio­nale rap­pre­sentò per l’insieme de­gli ita­liani, per le po­po­la­zioni di ogni parte, Nord e Sud, che in esso si uni­rono. En­trammo, così, in­sieme, nella mo­der­nità, ri­muo­vendo le bar­riere che ci pre­clu­de­vano quell’ingresso.

Oc­corre ri­cor­dare qual era la con­di­zione de­gli ita­liani prima dell’unificazione? Fac­cia­molo con le pa­role di Giu­seppe Maz­zini — 1845 : «Noi non ab­biamo ban­diera no­stra, non nome po­li­tico, non voce tra le na­zioni d’Europa ; non ab­biamo cen­tro co­mune, né patto co­mune, né co­mune mer­cato. Siamo smem­brati in otto Stati, in­di­pen­denti l’uno dall’altro…Otto li­nee doganali.…dividono i no­stri in­te­ressi ma­te­riali, in­cep­pano il no­stro progresso.…otto si­stemi di­versi di mo­ne­ta­zione, di pesi e di mi­sure, di le­gi­sla­zione ci­vile, com­mer­ciale e pe­nale, di or­di­na­mento am­mi­ni­stra­tivo, ci fanno come stra­nieri gli uni agli al­tri». E an­cora, pro­se­guiva Maz­zini, Stati go­ver­nati di­spo­ti­ca­mente, «uno dei quali — con­te­nente quasi il quarto della po­po­la­zione ita­liana — ap­par­tiene allo stra­niero, all’Austria». Ep­pure, per Maz­zini era in­du­bi­ta­bile che una na­zione ita­liana esi­stesse, e che non vi fos­sero «cin­que, quat­tro, tre Ita­lie» ma «una Italia».

Fu dun­que la con­sa­pe­vo­lezza di ba­si­lari in­te­ressi e pres­santi esi­genze co­muni, e fu, in­sieme, una pos­sente aspi­ra­zione alla li­bertà e all’indipendenza, che con­dus­sero all’impegno di schiere di pa­trioti — ari­sto­cra­tici, bor­ghesi, ope­rai e po­po­lani, per­sone colte e in­colte, mo­nar­chici e re­pub­bli­cani — nelle bat­ta­glie per l’unificazione na­zio­nale. Bat­ta­glie dure, san­gui­nose, af­fron­tate con ma­gni­fico slan­cio ideale ed eroica pre­di­spo­si­zione al sa­cri­fi­cio da gio­vani e gio­va­nis­simi, pro­ta­go­ni­sti tal­volta delle im­prese più au­daci an­che con­dan­nate alla scon­fitta. E’ giu­sto che oggi si torni ad ono­rarne la me­mo­ria, rie­vo­cando epi­sodi e fi­gure come stiamo fa­cendo a par­tire, nel mag­gio scorso, dall’anniversario della Spe­di­zione dei Mille, fino all’omaggio, que­sta mat­tina, ai luo­ghi e ai pro­di­giosi pro­ta­go­ni­sti della glo­riosa Re­pub­blica ro­mana del 1849.

Sono fonte di or­go­glio vivo e at­tuale per l’Italia e per gli ita­liani le vi­cende ri­sor­gi­men­tali da mol­te­plici punti di vi­sta, ed è suf­fi­ciente sot­to­li­nearne al­cuni. In primo luogo, la su­prema sa­pienza della guida po­li­tica ca­vou­riana, che rese pos­si­bile la con­ver­genza verso un unico, con­creto e de­ci­sivo tra­guardo, di com­po­nenti sog­get­tive e og­get­tive di­verse, non fa­cil­mente com­po­ni­bili e an­che aper­ta­mente con­flig­genti. In se­condo luogo, l’emergere, in seno alla so­cietà e net­ta­mente tra i ceti ur­bani, nelle città ita­liane, di ric­che, forse im­pre­ve­di­bili ri­serve — sen­si­bi­lità ideali e po­li­ti­che, e ri­sorse umane — che si espres­sero nello slan­cio dei vo­lon­tari come com­po­nente at­tiva es­sen­ziale al suc­cesso del moto uni­ta­rio, e in un’adesione cre­scente a tale moto da parte non solo di ri­strette élite in­tel­let­tuali ma di strati so­ciali non mar­gi­nali, an­che gra­zie al dif­fon­dersi di nuovi stru­menti co­mu­ni­ca­tivi e narrativi.

E in terzo luogo vor­rei sot­to­li­neare l’eccezionale le­va­tura dei pro­ta­go­ni­sti del Ri­sor­gi­mento, de­gli ispi­ra­tori e de­gli at­tori del moto uni­ta­rio. Una for­mi­da­bile gal­le­ria di in­ge­gni e di per­so­na­lità — quelle fem­mi­nili fino a ieri non ab­ba­stanza stu­diate e ri­cor­date — di uo­mini di pen­siero e d’azione. A co­min­ciare, s’intende, dai mag­giori : si pensi, non solo a quale im­pronta fis­sata nella sto­ria, ma a quale la­scito cui at­tin­gere an­cora con rin­no­vato fer­vore di studi e ge­ne­rale in­te­resse, rap­pre­sen­tino il mito mon­diale, senza eguali — che non era ar­ti­fi­ciosa leg­genda — di Giu­seppe Ga­ri­baldi, e le di­verse, egual­mente grandi ere­dità di Ca­vour, di Maz­zini e di Cat­ta­neo. Quei mag­giori, lo sap­piamo, tra loro dis­sen­ti­rono e si com­bat­te­rono : ma cia­scuno di essi sa­peva quanto l’apporto de­gli al­tri con­cor­resse al rag­giun­gi­mento dell’obbiettivo con­si­de­rato co­mune, an­che se ciò non valse a can­cel­lare con­tra­sti di fondo e poi te­naci ri­sen­ti­menti. Ho detto dei prin­ci­pali pro­ta­go­ni­sti, ma molti al­tri nomi — del campo mo­de­rato, dell’area cattolico-liberale, e del campo de­mo­cra­tico — po­treb­bero es­sere ri­chia­mati a te­sti­mo­nianza di una straor­di­na­ria fio­ri­tura di per­so­na­lità di spicco nell’azione po­li­tica, nella so­cietà ci­vile, nell’amministrazione pubblica.

Que­sti for­ti­fi­canti mo­tivi di or­go­glio ita­liano tro­vano d’altronde ri­scon­tro nei ri­co­no­sci­menti che ven­nero in quello stesso pe­riodo e suc­ces­si­va­mente, dall’esterno del no­stro paese, da espo­nenti della po­li­tica e della cul­tura sto­rica d’altre na­zioni; ri­co­no­sci­menti della por­tata eu­ro­pea della na­scita dell’Italia unita, dell’impatto che essa ebbe su al­tre vi­cende di na­zio­na­lità in mo­vi­mento nell’Europa de­gli ul­timi de­cenni dell’Ottocento e ol­tre. Né si può di­men­ti­care l’orizzonte eu­ro­peo della vi­sione e dell’azione po­li­tica di Ca­vour, e la si­gni­fi­ca­tiva pre­senza, nel ba­ga­glio ideale ri­sor­gi­men­tale, della ge­ne­rosa uto­pia de­gli Stati Uniti d’Europa. Nell’avvicinarsi del Cen­to­cin­quan­te­na­rio si è riac­ceso in Ita­lia il di­bat­tito sia at­torno ai li­miti e ai con­di­zio­na­menti che pe­sa­rono sul pro­cesso uni­ta­rio sia at­torno alle più con­tro­verse scelte suc­ces­sive al con­se­gui­mento dell’Unità. Sor­vo­lare su tali que­stioni, ri­muo­vere le cri­ti­cità e ne­ga­ti­vità del per­corso se­guito prima e dopo al 1860–61, sa­rebbe dav­vero un ce­dere alla ten­ta­zione di rac­conti sto­rici edul­co­rati e alle in­si­die della retorica.

Sono però fuor­vianti certi cla­mo­rosi sem­pli­ci­smi : come quello dell’immaginare un pos­si­bile ar­re­starsi del mo­vi­mento per l’Unità poco ol­tre il li­mite di un Re­gno dell’Alta Ita­lia : di con­tro a quella vi­sione più am­pia­mente in­clu­siva dell’Italia unita, che ri­spon­deva all’ideale del mo­vi­mento na­zio­nale (come Ca­vour ben com­prese, ci ha in­se­gnato Ro­sa­rio Ro­meo) — vi­sione e scelta che l’impresa ga­ri­bal­dina, la Spe­di­zione dei Mille rese irresistibile.

L’Unità non poté com­piersi che scon­tando li­miti di fondo come l’assenza delle masse con­ta­dine, cioè della grande mag­gio­ranza, al­lora, della po­po­la­zione, dalla vita pub­blica, e dun­que scon­tando il peso di una que­stione so­ciale po­ten­zial­mente esplo­siva. L’Unità non poté com­piersi che sotto l’egida dello Stato più avan­zato, già ca­rat­te­riz­zato in senso li­be­rale, più aperto e ac­co­gliente verso la causa ita­liana e i suoi com­bat­tenti che vi fosse nella pe­ni­sola, e cioè sotto l’egida della di­na­stia sa­bauda e della classe po­li­tica mo­de­rata del Pie­monte, im­per­so­nata da Ca­vour. Fu quella la con­di­zione ob­biet­tiva ri­co­no­sciuta con ge­ne­roso rea­li­smo da Ga­ri­baldi, pur de­mo­cra­tico e re­pub­bli­cano, col suo «Ita­lia e Vit­to­rio Ema­nuele». E se lo scon­tro tra ga­ri­bal­dini ed Eser­cito Re­gio sull’Aspromonte è ri­ma­sto trac­cia do­lo­rosa dell’aspra dia­let­tica di po­si­zioni che s’intrecciò col per­corso uni­ta­rio, ap­pare sin­go­lare ogni ten­denza a «sco­prire» oggi con scan­dalo come le bat­ta­glie sul campo per l’Unità fu­rono ov­via­mente an­che bat­ta­glie tra ita­liani, si­mil­mente a quanto ac­cadde do­vun­que vi fu­rono mo­vi­menti na­zio­nali per la li­bertà e l’indipendenza.

Ma al di là di sem­pli­ci­smi e po­le­mi­che stru­men­tali, vale piut­to­sto la pena di con­si­de­rare i ter­mini della ri­fles­sione e del di­bat­tito più re­cente sulle scelte che ven­nero adot­tate su­bito dopo l’unificazione dalle forze di­ri­genti del nuovo Stato. E a que­sto pro­po­sito si sono re­gi­strati seri ap­pro­fon­di­menti cri­tici : che non pos­sono tut­ta­via non col­lo­carsi nel qua­dro di una ob­biet­tiva va­lu­ta­zione sto­rica del qua­dro dell’Italia pre-unitaria quale era stato ere­di­tato dal nuovo go­verno e Par­la­mento na­zio­nale. Que­sti si tro­va­rono di­nanzi a fer­ree ne­ces­sità di so­prav­vi­venza e svi­luppo dello Stato ap­pena nato, che non po­te­vano non pre­va­lere su un pa­cato e lun­gi­mi­rante esame delle op­zioni in campo, spe­cie quella tra ac­cen­tra­mento, nel se­gno della con­ti­nuità e dell’uniformità ri­spetto allo Stato pie­mon­tese da un lato, e — se non fe­de­ra­li­smo — de­cen­tra­mento, con forme di au­to­no­mia e au­to­go­verno an­che al li­vello re­gio­nale, dall’altro lato.

E a que­sto pro­po­sito vale an­cor oggi la vi­go­rosa sin­tesi trac­ciata da un grande sto­rico, che pure fu spi­rito emi­nen­te­mente cri­tico, Gae­tano Sal­ve­mini. «I go­ver­nanti ita­liani, fra il 1860 e il 1870, si tro­va­vano» — egli scrisse — » alle prese con for­mi­da­bili dif­fi­coltà». Quello che s’impose era al­lora — a giu­di­zio di Sal­ve­mini — «il solo or­di­na­mento po­li­tico e am­mi­ni­stra­tivo, con cui po­tesse es­sere sod­di­sfatto in Ita­lia il bi­so­gno di in­di­pen­denza e di coe­sione na­zio­nale». E così, at­tra­verso er­rori non meno gravi delle dif­fi­coltà da su­pe­rare, «fu com­piuta» — sono an­cora pa­role dello sto­rico — «un’opera ci­clo­pica. Fu fatto di sette eser­citi un eser­cito solo…Furono trac­ciate le prime li­nee della rete fer­ro­via­ria na­zio­nale. Fu creato un si­stema spie­tato di im­po­ste per so­ste­nere spese pub­bli­che cre­scenti e per pa­gare l’interesse dei debiti.…Furono rin­no­vati da cima a fondo i rap­porti tra lo Stato e la Chiesa».

E fu de­bel­lato il bri­gan­tag­gio nell’Italia me­ri­dio­nale, an­che se pa­gando la ne­ces­sità vi­tale di scon­fig­gere quel pe­ri­colo di rea­zione le­git­ti­mi­sta e di di­sgre­ga­zione na­zio­nale col prezzo di una re­pres­sione tal­volta fe­roce in ri­spo­sta alla fe­ro­cia del bri­gan­tag­gio e, nel lungo pe­riodo, col prezzo di una ten­den­ziale estra­neità e osti­lità allo Stato che si sa­rebbe an­cor più ra­di­cata nel Mez­zo­giorno. Da un qua­dro sto­rico così dram­ma­ti­ca­mente con­di­zio­nato, e da un’»opera ci­clo­pica» di uni­fi­ca­zione, che gettò le basi di un mer­cato na­zio­nale e di un mo­derno svi­luppo eco­no­mico e ci­vile, pos­siamo trarre oggi mo­tivi di com­pren­sione del no­stro modo di co­sti­tuirci come Stato, mo­tivi di or­go­glio per quel che 150 anni fa nac­que e si ini­ziò a co­struire, mo­tivi di fi­du­cia nella tra­di­zione di cui in quanto ita­liani siamo por­ta­tori ; e pos­siamo in pari tempo trarre piena con­sa­pe­vo­lezza cri­tica dei pro­blemi con cui l’Italia dové fare e con­ti­nua a fare i conti.

Pro­blemi e de­bo­lezze di or­dine isti­tu­zio­nale e po­li­tico, che — nei de­cenni suc­ces­sivi all’Unità — hanno in­ciso in modo de­ter­mi­nante sulle tra­va­gliate vi­cende dello Stato e della so­cietà na­zio­nale, sfo­ciate dopo la prima guerra mon­diale in una crisi ra­di­cale ri­solta con la vio­lenza in chiave au­to­ri­ta­ria dal fa­sci­smo. Ed egual­mente pro­blemi e de­bo­lezze di or­dine strut­tu­rale, so­ciale e civile.

Sono i primi pro­blemi quelli che oggi ci ap­pa­iono aver tro­vato — nello scorso se­colo — più va­lide ri­spo­ste. Mi ri­fe­ri­sco a quel grande fatto di rin­no­va­mento dello Stato in senso de­mo­cra­tico che ha co­ro­nato il ri­scatto dell’Italia dalla dit­ta­tura to­ta­li­ta­ria e dal nuovo ser­vag­gio in cui la na­zione venne ri­dotta dalla guerra fa­sci­sta e dalla di­sfatta che la con­cluse. Un ri­scatto reso pos­si­bile dall’emergere delle forze tem­pra­tesi nell’antifascismo, e dalla mo­bi­li­ta­zione par­ti­giana, cui si af­fian­ca­rono nella Re­si­stenza le schiere dei mi­li­tari ri­ma­sti fe­deli al giu­ra­mento. Un ri­scatto che cul­minò nella ec­ce­zio­nale tem­pe­rie ideale e cul­tu­rale e nel forte clima uni­ta­rio — più forte delle di­ver­sità sto­ri­che e delle frat­ture ideo­lo­gi­che — dell’Assemblea Costituente.

Con la Co­sti­tu­zione ap­pro­vata nel di­cem­bre 1947 prese fi­nal­mente corpo un nuovo di­se­gno sta­tuale, fon­dato su un si­stema di prin­cipi e di ga­ran­zie da cui l’ordinamento della Re­pub­blica, pur nella sua pre­ve­di­bile e pra­ti­ca­bile evo­lu­zione, non po­tesse pre­scin­dere. Come venne espli­ci­ta­mente in­di­cato nella re­la­zione Ruini sul pro­getto di Co­sti­tu­zione, «l’innovazione più pro­fonda» con­si­steva nel pog­giare l’ordinamento dello Stato su basi di au­to­no­mia, se­condo il prin­ci­pio fon­da­men­tale dell’articolo 5 che legò l’unità e in­di­vi­si­bi­lità della Re­pub­blica al ri­co­no­sci­mento e alla pro­mo­zione delle au­to­no­mie lo­cali, ri­fe­rite, nella se­conda parte della Carta, a Re­gioni, Pro­vin­cie e Co­muni. E al­tret­tanto espli­ci­ta­mente, nella re­la­zione Ruini, si pre­sentò tale in­no­va­zione come cor­ret­tiva dell’accentramento pre­valso all’atto dell’unificazione nazionale.

La suc­ces­siva plu­ri­de­cen­nale espe­rienza delle len­tezze, in­suf­fi­cienze e di­stor­sioni re­gi­stra­tesi nell’attuazione di quel prin­ci­pio e di quelle norme co­sti­tu­zio­nali, ha con­dotto dieci anni fa alla re­vi­sione del Ti­tolo V della Carta. E non è un caso che sia quella l’unica ri­le­vante ri­forma della Co­sti­tu­zione che fi­nora il Par­la­mento ab­bia ap­pro­vato, il corpo elet­to­rale ab­bia con­fer­mato e go­verni di di­verso orien­ta­mento po­li­tico si siano im­pe­gnati ad ap­pli­care con­cre­ta­mente. E’ stata in de­fi­ni­tiva re­cu­pe­rata l’ispirazione fe­de­ra­li­sta che si pre­sentò in va­rie forme ma non ebbe for­tuna nello svi­luppo e a con­clu­sione del moto uni­ta­rio. All’indomani dell’unificazione, an­che i pro­getti mo­de­ra­ta­mente au­to­no­mi­stici che erano stati pre­di­spo­sti in seno al go­verno, ce­det­tero il passo ai ti­mori e agli im­pe­ra­tivi do­mi­nanti, già nel breve tempo che a Ca­vour fu an­cora dato di vi­vere e no­no­stante la sua ri­ba­dita po­si­zione di prin­ci­pio ostile all’accentramento ben­ché non fa­vo­re­vole al federalismo.

E oggi dell’unificazione ce­le­briamo l’anniversario ve­dendo l’attenzione pub­blica ri­volta a ve­ri­fi­care le con­di­zioni alle quali un’evoluzione in senso fe­de­ra­li­stico — e non solo nel campo fi­nan­zia­rio — po­trà ga­ran­tire mag­giore au­to­no­mia e re­spon­sa­bi­lità alle isti­tu­zioni re­gio­nali e lo­cali rin­no­vando e raf­for­zando le basi dell’unità na­zio­nale. E’ tale raf­for­za­mento, e non il suo con­tra­rio, l’autentico fine da perseguire.

D’altronde, nella no­stra sto­ria e nella no­stra vi­sione, la pa­rola unità si sposa con al­tre : plu­ra­lità, di­ver­sità, so­li­da­rietà, sus­si­dia­rietà. In quanto ai pro­blemi e alle de­bo­lezze di or­dine strut­tu­rale, so­ciale e ci­vile cui ho poc’anzi fatto cenno e che ab­biamo ere­di­tato tra le in­com­piu­tezze dell’unificazione per­pe­tua­tesi fino ai no­stri giorni, è il di­va­rio tra Nord e Sud, è la con­di­zione del Mez­zo­giorno che si col­loca al cen­tro delle no­stre pre­oc­cu­pa­zioni e re­spon­sa­bi­lità na­zio­nali. Ed è ri­spetto a que­sta que­stione che più tar­dano a ve­nire ri­spo­ste ade­guate. Pesa cer­ta­mente l’esperienza dei ten­ta­tivi e de­gli sforzi por­tati avanti a più ri­prese nei de­cenni dell’Italia re­pub­bli­cana e ri­ma­sti non senza frutti ma senza ri­sul­tati ri­so­lu­tivi ; pesa al­tresì l’oscurarsi della con­sa­pe­vo­lezza delle po­ten­zia­lità che il Mez­zo­giorno of­fre per un nuovo svi­luppo com­ples­sivo del paese e che sa­rebbe fa­tale per tutti non sa­per valorizzare.

Pro­prio guar­dando a que­sta cru­ciale que­stione, vale il ri­chiamo a fare del Cen­to­cin­quan­te­na­rio dell’Unità d’Italia l’occasione per una pro­fonda ri­fles­sione cri­tica, per quello che ho chia­mato «un esame di co­scienza col­let­tivo». Un esame cui in nes­suna parte del paese ci si può sot­trarre, e a cui è es­sen­ziale il con­tri­buto di una se­vera ri­fles­sione sui pro­pri com­por­ta­menti da parte delle classi di­ri­genti e dei cit­ta­dini dello stesso Mezzogiorno.

E’ da ri­fe­rire per molti aspetti e in non lieve mi­sura al Mez­zo­giorno, ma va vi­sta nella sua com­ples­siva ca­rat­te­riz­za­zione e va­lenza na­zio­nale, la que­stione so­ciale, delle di­su­gua­glianze, delle in­giu­sti­zie — delle pe­santi pe­na­liz­za­zioni per una parte della so­cietà — quale oggi si pre­senta in Ita­lia. An­che qui ci sono ere­dità sto­ri­che, de­bo­lezze an­ti­che con cui fare i conti, a co­min­ciare da quella di una cro­nica in­suf­fi­cienza di pos­si­bi­lità di oc­cu­pa­zione, che nel pas­sato, e an­cora dopo l’avvento della Re­pub­blica, fece dell’Italia un paese di mas­sic­cia emi­gra­zione e oggi con­vive con il com­plesso fe­no­meno del flusso im­mi­gra­to­rio, del la­voro de­gli im­mi­grati e della loro ne­ces­sa­ria in­te­gra­zione. Senza te­mere di ec­ce­dere nella som­ma­rietà di que­sto mio ri­fe­ri­mento alla que­stione so­ciale, dico che la si deve ve­dere in­nan­zi­tutto come dram­ma­tica ca­renza di pro­spet­tive di oc­cu­pa­zione e di va­lo­riz­za­zione delle pro­prie po­ten­zia­lità per una parte ri­le­vante delle gio­vani generazioni.

E non c’è dub­bio che la ri­spo­sta vada in ge­ne­rale tro­vata in una nuova qua­lità e in un ac­cre­sciuto di­na­mi­smo del no­stro svi­luppo eco­no­mico, fa­cendo leva sul ruolo di pro­ta­go­ni­sti che in ogni fase di co­stru­zione, ri­co­stru­zione e cre­scita dell’economia na­zio­nale hanno as­solto e sono oggi egual­mente chia­mati ad as­sol­vere il mondo dell’impresa e il mondo del la­voro, pas­sati en­trambi, in ol­tre un se­colo, at­tra­verso pro­fonde, de­ci­sive trasformazioni.

Ma non è certo mia in­ten­zione pas­sare qui in ras­se­gna l’insieme delle prove che ci at­ten­dono. Vor­rei solo con­di­vi­des­simo la con­vin­zione che esse co­sti­tui­scono delle au­ten­ti­che sfide, quanto mai im­pe­gna­tive e per molti aspetti as­sai dure, tali da ri­chie­dere grande spi­rito di sa­cri­fi­cio e slan­cio in­no­va­tivo, in una rin­no­vata e rea­li­stica vi­sione dell’interesse ge­ne­rale. La ca­rica di fi­du­cia che ci è in­di­spen­sa­bile dob­biamo ri­ca­varla dalla espe­rienza del su­pe­ra­mento di molte ar­due prove nel corso della no­stra sto­ria na­zio­nale e dal con­so­li­da­mento di punti di ri­fe­ri­mento fon­da­men­tali per il no­stro futuro.

Una prova di straor­di­na­ria dif­fi­coltà e im­por­tanza l’Italia unita ha su­pe­rato af­fron­tando e via via scio­gliendo il con­flitto con la Chiesa cat­to­lica. Dopo il 1861 l’obbiettivo della piena uni­fi­ca­zione na­zio­nale fu per­se­guito e rag­giunto an­che con la terza guerra d’indipendenza nel 1866 e a con­clu­sione della guerra 1915–18 : ma ir­ri­nun­cia­bile era l’obbiettivo di dare in tempi non lun­ghi al na­scente Stato ita­liano Roma come ca­pi­tale, la cui con­qui­sta per via mi­li­tare — fal­lito ogni ten­ta­tivo ne­go­ziale — fece pre­ci­pi­tare ine­vi­ta­bil­mente il con­flitto con il Pa­pato e la Chiesa. Ma esso fu av­viato a so­lu­zione con un’intelligenza, mo­de­ra­zione e ca­pa­cità di me­dia­zione di cui già lo Stato li­be­rale diede il se­gno con la Legge delle gua­ren­ti­gie nel 1871 e che — sot­to­scritti nel 1929 e in­fine re­ce­piti in Co­sti­tu­zione i Patti La­te­ra­nensi — sfo­ciò in tempi re­centi nella re­vi­sione del Con­cor­dato. Si ebbe di mira, da parte ita­liana, il fine della lai­cità dello Stato e della li­bertà re­li­giosa e in­sieme il gra­duale su­pe­ra­mento di ogni se­pa­ra­zione e con­trap­po­si­zione tra laici e cat­to­lici nella vita so­ciale e nella vita pubblica.

Un fine, e un tra­guardo, per­se­guiti e pie­na­mente ga­ran­titi dalla Co­sti­tu­zione re­pub­bli­cana e pro­iet­ta­tisi sem­pre di più in un rap­porto al­ta­mente co­strut­tivo e in una «col­la­bo­ra­zione per la pro­mo­zione dell’uomo e il bene del paese» — an­che at­tra­verso il ri­co­no­sci­mento del ruolo so­ciale e pub­blico della Chiesa cat­to­lica e, in­sieme, nella ga­ran­zia del plu­ra­li­smo re­li­gioso. Que­sto rap­porto si ma­ni­fe­sta oggi come uno dei punti di forza su cui pos­siamo far leva per il con­so­li­da­mento della coe­sione e unità na­zio­nale. Ce né ha dato la più alta te­sti­mo­nianza il mes­sag­gio au­gu­rale in­di­riz­za­tomi per l’odierno an­ni­ver­sa­rio — e lo rin­gra­zio — dal Papa Be­ne­detto XVI. Un mes­sag­gio che sa­pien­te­mente ri­chiama il con­tri­buto fon­da­men­tale del Cri­stia­ne­simo alla for­ma­zione, nei se­coli, dell’identità ita­liana, così come il coin­vol­gi­mento di espo­nenti del mondo cat­to­lico nella co­stru­zione dello Stato uni­ta­rio, fino all’incancellabile ap­porto dei cat­to­lici e della loro scuola di pen­siero alla ela­bo­ra­zione della Co­sti­tu­zione re­pub­bli­cana, e al loro suc­ces­sivo af­fer­marsi nella vita po­li­tica, so­ciale e ci­vile nazionale.

Ma quante prove su­pe­rate e quanti mo­menti alti vis­suti nel corso della no­stra sto­ria po­tremmo ri­chia­mare a so­ste­gno della fi­du­cia che deve gui­darci di fronte alle sfide di oggi e del fu­turo! An­che a vo­ler solo con­si­de­rare il pe­riodo suc­ces­sivo alla scon­fitta e al crollo del 1943 e poi alla Re­si­stenza e alla na­scita della Re­pub­blica, è an­cora in­can­cel­la­bile nell’animo di quanti come me, gio­va­nis­simi, at­tra­ver­sa­rono quel pas­sag­gio cru­ciale, la me­mo­ria di un abisso di di­stru­zione e ge­ne­rale ar­re­tra­mento da cui po­te­vamo te­mere di non riu­scire a risollevarci.

Ep­pure l’Italia unita, dopo aver scon­giu­rato con sa­pienza po­li­tica ri­schi di se­pa­ra­ti­smo e di am­pu­ta­zione del ter­ri­to­rio na­zio­nale, riu­scì a ri­met­tersi in piedi. Il primo, e forse più au­ten­tico «mi­ra­colo», fu la ri­co­stru­zione, e quindi — no­no­stante aspri con­flitti ideo­lo­gici, po­li­tici e so­ciali — il balzo in avanti, ol­tre ogni pre­vi­sione, dell’economia ita­liana, le cui basi erano state get­tate nel primo cin­quan­ten­nio di vita dello Stato na­zio­nale. L’Italia en­trò al­lora a far parte dell’area dei paesi più in­du­stria­liz­zati e pro­gre­diti, nella quale poté fare in­gresso e oggi re­sta col­lo­cata gra­zie alla più grande in­ven­zione sto­rica di cui essa ha sa­puto farsi pro­ta­go­ni­sta a par­tire da­gli anni ’50 dello scorso se­colo : l’integrazione eu­ro­pea. Quella di­venne ed è an­che l’essenziale cer­niera di una sem­pre più at­tiva pro­ie­zione dell’Italia nella più va­sta co­mu­nità tran­sa­tlan­tica e in­ter­na­zio­nale. La no­stra col­lo­ca­zione con­vinta, senza ri­serve, as­ser­tiva e pro­pul­siva nell’Europa unita, re­sta la chance più grande di cui di­spo­niamo per por­tarci all’altezza delle sfide, delle op­por­tu­nità e delle pro­ble­ma­ti­cità della globalizzazione.

Prove egual­mente ri­schiose e dif­fi­cili ab­biamo do­vuto su­pe­rare, nell’Italia re­pub­bli­cana, sul ter­reno della di­fesa e del con­so­li­da­mento delle isti­tu­zioni de­mo­cra­ti­che. Mi ri­fe­ri­sco a in­si­die sub­dole e pe­ne­tranti, così come ad at­tac­chi vio­lenti e dif­fusi — stra­gi­smo e ter­ro­ri­smo — che non fu fa­cile sven­tare e che si riu­scì a de­bel­lare gra­zie al so­lido an­co­rag­gio della Co­sti­tu­zione e gra­zie alla forza di mol­te­plici forme di par­te­ci­pa­zione so­ciale e po­li­tica de­mo­cra­tica ; ri­sorse sulle quali sem­pre fa af­fi­da­mento la lotta con­tro l’ancora de­va­stante fe­no­meno della cri­mi­na­lità organizzata.

In tutte quelle cir­co­stanze, ha ope­rato, e ha de­ciso a fa­vore del suc­cesso, un forte ce­mento uni­ta­rio, im­pen­sa­bile senza iden­tità na­zio­nale con­di­visa. Fat­tori de­ter­mi­nanti di que­sta no­stra iden­tità ita­liana sono la lin­gua e la cul­tura, il pa­tri­mo­nio storico-artistico e sto­rico– na­tu­rale : bi­so­gne­rebbe non di­men­ti­car­sene mai, è lì forse il prin­ci­pale se­greto dell’attrazione e sim­pa­tia che l’Italia su­scita nel mondo. E parlo di espres­sioni della cul­tura e dell’arte ita­liana an­che in tempi re­centi : ba­sti ci­tare il ri­lan­cio nei di­versi con­ti­nenti della no­stra grande, pe­cu­liare tra­di­zione mu­si­cale, o il con­tri­buto del mi­gliore ci­nema ita­liano nel rap­pre­sen­tare la realtà e tra­smet­tere l’immagine, ovun­que, del no­stro paese.

Ma dell’identità na­zio­nale è in­nan­zi­tutto com­po­nente pri­ma­ria il senso di pa­tria, l’amor di pa­tria emerso e rie­merso tra gli ita­liani at­tra­verso vi­cende an­che la­ce­ranti e fuor­vianti. Aver ri­sco­perto — dopo il fa­sci­smo — quel va­lore e far­sene ban­di­tori non può es­ser con­fuso con qual­siasi ce­di­mento al na­zio­na­li­smo. Ab­biamo co­no­sciuto i gua­sti e pa­gato i co­sti della bo­ria na­zio­na­li­stica, delle pre­tese ag­gres­sive verso al­tri po­poli e delle de­ge­ne­ra­zioni raz­zi­sti­che. Ma ce né siamo li­be­rati, così come se né sono li­be­rati tutti i paesi e i po­poli uni­tisi in un’Europa senza fron­tiere, in un’Europa di pace e coo­pe­ra­zione. E dun­que nes­sun im­pac­cio è giu­sti­fi­ca­bile, nes­sun im­pac­cio può trat­te­nerci dal ma­ni­fe­stare — lo dob­biamo an­che a quanti con la ban­diera tri­co­lore ope­rano e ri­schiano la vita nelle mis­sioni in­ter­na­zio­nali — la no­stra fie­rezza na­zio­nale, il no­stro at­tac­ca­mento alla pa­tria ita­liana, per tutto quel che di no­bile e vi­tale la no­stra na­zione ha espresso nel corso della sua lunga sto­ria. E po­tremo tanto me­glio ma­ni­fe­stare la no­stra fie­rezza na­zio­nale, quanto più cia­scuno di noi sa­prà mo­strare umiltà nell’assolvere i pro­pri do­veri pub­blici, nel ser­vire ad ogni li­vello lo Stato e i cittadini.

In­fine, non ha nulla di ri­dut­tivo il le­gare pa­triot­ti­smo e Co­sti­tu­zione, come feci in quest’Aula in oc­ca­sione del 60° an­ni­ver­sa­rio della Carta del 1948. Una Carta che rap­pre­senta tut­tora la va­lida base del no­stro vi­vere co­mune, of­frendo — in­sieme con un or­di­na­mento ri­for­ma­bile at­tra­verso sforzi con­di­visi — un corpo di prin­ci­pii e di va­lori in cui tutti pos­sono ri­co­no­scersi per­ché essi ren­dono tan­gi­bile e fe­conda, apren­dola al fu­turo, l’idea di pa­tria e se­gnano il grande qua­dro re­go­la­tore delle li­bere bat­ta­glie e com­pe­ti­zioni po­li­ti­che, so­ciali e civili.

Val­gano dun­que le ce­le­bra­zioni del Cen­to­cin­quan­te­na­rio a dif­fon­dere e ap­pro­fon­dire tra gli ita­liani il senso della mis­sione e dell’unità na­zio­nale : come ap­pare tanto più ne­ces­sa­rio quanto più lu­ci­da­mente guar­diamo al mondo che ci cir­conda, con le sue pro­messe di fu­turo mi­gliore e più giu­sto e con le sue tante in­co­gnite, an­che quelle mi­ste­riose e ter­ri­bili che ci ri­serva la na­tura. Reg­ge­remo — in que­sto gran mare aperto — alle prove che ci at­ten­dono, come ab­biamo fatto in mo­menti cru­ciali del pas­sato, per­ché di­spo­niamo an­che oggi di grandi ri­serve di ri­sorse umane e mo­rali. Ma ci riu­sci­remo ad una con­di­zione : che operi nuo­va­mente un forte ce­mento na­zio­nale uni­ta­rio, non eroso e dis­solto da cie­che par­ti­gia­ne­rie, da per­dite dif­fuse del senso del li­mite e della re­spon­sa­bi­lità. Non so quando e come ciò ac­ca­drà ; con­fido che ac­cada ; con­vin­cia­moci tutti, nel pro­fondo, che que­sta è or­mai la con­di­zione della sal­vezza co­mune, del co­mune progresso.

VIVA LA REPUBBLICA. VIVA L’ITALIA UNITA!»


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