Come i loro predecessori degli anni settanta molti giovani americani rifiutano le lusinghe del successo per abbracciare le promesse di un nuovo ritorno alla terra.
Di yuppie New York é piena. Li trovi dappertutto, non solo a Wall Street o nella City, ma anche in posti fuori città come Long Island, preferiti dalle grandi aziende per i prezzi d’affitto più bassi. E’ facile distinguerli, questi rappresentati del successo americano, al volante solo di Bmw, Mercedes o Lexus, fare la spesa nelle boutique di cibo biologico o chiacchierare sugli ultimissimi gadget tecnologici di fronte ad un caffé Starbucks.
Il movimento chiamato “Back to the Land” (Ritorno alla terra)
Ma non tutti questi giovani, qui chiamati “young professionals” e considerati «il meglio del meglio» della società americana, abbracciano con entusiasmo la comunità economica capitalista. Un movimento chiamato “Back to the Land” (Ritorno alla terra) è cresciuto quietamente negli ultimi dieci anni. I protagonisti non sono gli hippie del movimento omonimo a cavallo degli anni settanta, ma giovani di successo con diplomi di prestigio da Stanford, Berkeley, MIT che rinunciano ad un ricco stipendio, si inizia dai 90 mila dollari l’anno, ed invece di perseguire una carriera nei mondi accelerati dell’alta tecnologia, della finanza o dei media scelgono di tornare alla terra e al mondo dell’agricoltura, rigorosamente biologica.
Il mio interlocutore è Mark Rooney, trent’anni appena compiuti ma l’aspetto ancora da ragazzo, capelli biondi, occhi azzurri e sorridenti, fare carismatico. Genio dell’informatica guadagnava fino a pochi mesi fa più di125000 dollari l’anno. Con un ufficio prestigioso a Manhattan, era a capo di 150 persone in un laboratorio di ricerca avanzata per una ditta farmaceutica di fama mondiale. Le sue giornate di lavoro erano caratterizzate da centinaia di e-mail, video conferenze e riunioni di lavoro con dipendenti e pezzi grossi della ditta.
Apprendista in un’azienda agricola a coltivazioni biologiche
Mark ha lasciato da diversi mesi la sua carriera di successo per diventare un semplice apprendista in un’azienda agricola a coltivazioni biologiche. Ha trascorso l’estate scorsa a coltivare cavolfiori, falciare fieno e vangare colle d’insalata lunghe cento metri sotto il sole bollente della Pennsylvania.
“Mark, come ti sei sentito nell’abbandonare la sicurezza del tuo lavoro per qualcosa che in fondo non saprai come andrà a finire?”
“Mi sono sentito così bene! È molto facile finire intrappolati dalla sirena di stipendi elevati, fondi pensione e dividendi aziendali. Facile venirne sedotti anche se dentro di te li combatti perché senti che c’è qualcosa di profondamente sbagliato. Quando ho mollato tutto i miei colleghi pensavano che ero impazzito. Ma questo è proprio quello che la mia anima, mente e corpo volevano da così tanto tempo. Sorprendentemente, i miei genitori mi hanno sostenuto in questa scelta. Vivono vicino a Philadelphia, a circa due ore dalla mia fattoria. Mi hanno detto “La vita é troppo importante perché sia sprecata in una corsa al denaro”.
Più di quaranta campus hanno iniziato ad offrire corsi di agricoltura biologica in vere e proprie fattorie
Questo forte interesse al ritorno alla terra è testimoniato anche dalle università americane. Negli ultimi dieci anni più di quaranta campus hanno iniziato ad offrire corsi di agricoltura biologica in vere e proprie fattorie. Mark ha seguito un corso per la coltivazione e marketing di messi biologiche in California, ma anche qui sulla costa est, perfino nella conservatrice Yale, si trovano ormai aziende agricole per studenti che sentono il richiamo della terra.
Phil Rasmussen, coordinatore della SARE (Educazione e Ricerca per un’Agricoltura Sostenibile) presso la Utah State University, ci conferma che il caso del nostro amico Mark Rooney non è né unico né raro. Il programma SARE del ministero dell’agricoltura americano sovvenziona a fondo perduto sistemi agricoli innovativi che siano remunerativi, rispettosi dell’ambiente e beneficino le comunità locali. Rasmussen ha riscontrato un incoraggiante aumento di aspiranti agricoltori che si lanciano nel mondo dell’agricoltura biologica. Si dichiara ottimista: “Sono molto ispirato a lavorare assieme a giovani imprenditori così brillanti ed entusiasti. Molti di loro sono cresciuti in famiglie della borghesia medio-alta, ma hanno lo stesso capito che c’é qualcosa di più importante nella vita che una pingue busta paga o una macchina di lusso”.
Walden, ovvero La vita nei boschi — I pionieri dell’agricoltura biologica
Negli Stati Uniti c’é una lunga tradizione di figli benestanti che fuggono nella campagna, una tradizione che si rifà a Thoreau, il filosofo che già nell’ottocento ricercava un rapporto più intimo con la terra. Il resoconto della sua avventura «Walden, ovvero La vita nei boschi» ha influenzato innumerevoli giovani americani. Anche il movimento ambientalista nato a cavallo degli anni settanta aveva un richiamo al vivere semplice, ma la maggior parte dei giovani hippie alla fine ritornò alla vita borghese. Ma il nuovo “Back to the land” ha poco a che fare con il movimento dei Baby Boomers. Gli yuppie del nuovo millennio sono determinati a scavare la terra e a piantarci radici, con uno spirito agreste che affianca tecnologie modernissime alle pratiche agricole millenarie. A differenza di trent’anni anni fa il ritorno alla terra non è solo una scelta di vita ma anche un’opportunità di fare affari.
I pionieri dell’agricoltura biologica cercavano di allontanarsi dalla società industriale. Gli agricoltori d’oggi vogliono stabilire con essa un rapporto di interdipendenza. La crescita della domanda di prodotti biologici aiuta la possibilità di questa simbiosi. Secondo l’Associazione del Commercio Biologico americano la vendita di prodotti biologici negli Stati Uniti raggiungerà l’anno prossimo i 30 miliardi di dollari.
Come é sempre stato, fare agricoltura significa lunghe giornate di duro lavoro e un compenso smilzo. La maggioranza degli agricoltori americani lottano per rimanere al di sopra della soglia di povertà e una gran parte di loro abbandonano la terra. Persone intelligenti e ambiziose come Mark lasciano invece la sicurezza del proprio benessere e scelgono questa strada. Perché?
Lo facciamo perché ci sentiamo responsabili per i nostri figli, per le generazioni future
Mark diventa pensieroso e poi sorride. “Lo facciamo perché ci sentiamo responsabili per i nostri figli, per le generazioni future. La nostra non é una sfida ma neppure un balzo nel buio. Usiamo tutta l’esperienza accumulata in questa giungla di cemento [e indica il viale alle mie spalle, fragoroso di traffico]. Sentiamo che la vita da yuppie é vuota, egoista, addirittura malata. La terra ci offre finalmente di vivere la vita in modo costruttivo. Non più parassiti ma protagonisti del miglioramento progressivo della società, a partire da noi stessi. Il nostro non é un attivismo combattivo, di confronto e di lotta. L’agricoltura industriale ha dimostrato di non funzionare. Con il nostro lavoro, l’agricoltura biologica, mostriamo che c’é un modo nuovo e positivo di vivere e inserirsi nella società, un modo migliore. Questa per noi è una vera rivoluzione, anche se quieta”.
L’idealismo non basta però. I pionieri del movimento che hanno iniziato alcuni anni fa si scontrano adesso con altri problemi. Un amico di Mark possiede in California un’azienda agricola di due ettari, ritenuti il minimo indispensabile per pareggiare i conti. La fortuna alla fine gli ha sorriso premiando il duro lavoro. Bruce vende direttamente ortaggi e altre coltivazioni biologiche a una famosa catena di alberghi. Adesso ha bisogno di più terra, ma i prezzi dei terreni sono così alti che non può permettersi di espandere l’attività.
Le mucche non aspettano nessuno
Mark conclude: “È uno degli aspetti crudeli della nostra cultura che il lavoro che dà più soddisfazione sia spesso anche quello meno remunerativo. Ci vuole una passione incredibile, un impegno vero e forte, una prospettiva che ti permetta di valutare le cose in modo diverso. Io e gli altri come me sentiamo questa passione e questo impegno. Questa per me non é solo un’esperienza, questa é la mia vita”.
Adesso Mark deve scappare, il treno per Philadelphia parte tra mezz’ora. Dice che le mucche non aspettano nessuno; se non le mungi entro sera soffrono, e poi «gli tengono il broncio”. È facile essere contagiati dal suo entusiasmo. Guardandolo dileguarsi tra la folla sento che una nuova, gracile speranza ha attecchito nella giungla inclemente della società americana.
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Complimenti per il pezzo. Davvero. L’ho trovato molto interessante e, in un certo modo, illuminante, oltre che ben scritto
Spero che quanto hai scritto contribuisca a cambiare l’habitus a una buona manciata di lettori o, per lo meno, a farli riflettere su ciò che davvero serve a questo mondo sull’orlo del collasso. Le nuove generazioni, a differenza di quella dei nostri genitori, distruttori consapevoli e inconsapevoli delle bellezze del mondo e dei propri simili, fortunatamente, percepiscono un forte senso di disagio, personale e planetario, e fioriscono spontaneamente nuovi modelli di esistenza. Alcuni azzeccati, altri magari meno, ma l’importante è non perdere il desiderio di sperimentare alternative.
Non so più chi disse che, davanti al Male, la cosa peggiore che possiamo fare è non fare nulla.
Il tuo articolo è una preziosa testimonianza di come, in una civiltà che ha toccato con mano il benessere in tutti i suoi risvolti, positivi e negativi, divengano finalmente (nuovamente?) importanti tutte quelle cose che, grazie al Cielo, il denaro non potrà mai e poi mai acquistare.
Era ora! Tocca a noi risollevare le sorti del pianeta, amico mio. Diamoci dentro e versiamo il nostro sangue! Vedrai, non sarà invano.