Pennacchi, otto anni e 55 coltellate prima del successo

Il vin­ci­tore del Pre­mio Strega 2010 ri­pub­blica il suo primo ro­manzo, e rac­conta gli otto anni in cui bussò in­vano agli editori

Si in­ti­tola Mam­mut il ro­manzo d’esordio di An­to­nio Pen­nac­chi, uscito nel 1987 per Don­zelli, che torna in li­bre­ria da Mon­da­dori (pp. 192, e17) con una nuova in­tro­du­zione dell’autore, di cui an­ti­ci­piamo qui uno stral­cio. Al cen­tro della nar­ra­zione l’operaio Be­nassa, al­ter ego di Pen­nac­chi, in un’epoca di con­flitti sin­da­cali, quando in fab­brica si era dav­vero «uno per tutti e tutti per uno», ma la classe ope­raia era già av­viata all’estinzione: pro­prio come i mammut.

«Ho co­min­ciato a scri­vere Mam­mut la sera del 3 no­vem­bre 1986 all’età di tren­ta­sei anni com­piuti e cin­que mesi dopo che era morto mio pa­dre. L’ho scritto a penna – con una penna sti­lo­gra­fica a car­tucce blu com­prata alla Standa – su tre qua­der­noni grossi. Man mano che an­davo avanti, ogni tanto lo bat­tevo a mac­china. Ho fi­nito il 26 giu­gno del 1987.

L’ho ri­guar­dato, ri­cor­retto, fatte le fo­to­co­pie, ri­le­gato da solo ogni vo­lume con il vi­na­vil, riem­pito il ba­ga­gliaio della mac­china, ca­ri­cati mo­glie e fi­gli – Marta e Gianni erano an­cora pic­coli: Gianni tre anni, Marta nove – e par­titi tutti per Mi­lano ai primi di lu­glio con la Fiat 127 gialla a fare il giro de­gli edi­tori. Mi pen­savo – che né so? – che se ci an­davo di per­sona era me­glio. Co­mun­que è stata la prima e unica no­stra va­canza e ci siamo di­ver­titi. «Mo’ ve­drai quando papà di­venta ricco» di­cevo ogni tanto ai miei fi­gli di die­tro. «Pensa a gui­dare» fa­ceva Ivana.

In­vece no. Ai primi di ot­to­bre sono co­min­ciate ad ar­ri­vare le let­tere: «Non rien­tra nella no­stra li­nea edi­to­riale». Ed è an­data avanti così per otto anni. Non na­tu­ral­mente che io per otto anni – vuoi da solo o vuoi con tutta la fa­mi­glia – ab­bia con­ti­nuato a pre­sen­tarmi di per­sona a suo­nare ai cam­pa­nelli delle case edi­trici. «Ma chi è, an­cora quello?», pare fa­ces­sero tutti quanti. No, ora­mai m’ero fatto furbo e glielo spe­divo per po­sta. E ogni volta che tor­nava in­die­tro, glielo ri­man­davo. Certo gli cam­biavo il ti­tolo, mica ero stu­pido. Ma tu im­ma­gina quelli, quando ri­leg­ge­vano le prime pa­gine: «An­cora que­sto?». Per otto anni. Loro a ri­spe­dir­melo e io a ri­man­dar­glielo. 55 ri­fiuti alla fine, da 33 edi­tori di­versi. Tutti gli edi­tori ita­liani dai più grossi ai più pic­coli. Nes­suno escluso. Ma non m’hanno vo­luto. Mo’ che vanno cer­cando? Non debbo pub­bli­care con Mon­da­dori per­ché è di Ber­lu­sconi? Ma vam­mo­riam­maz­zato va’, a te e Ber­lu­sconi. (Non ho mai nean­che avuto un agente. Li ho cer­cati. Ma pure loro non m’hanno voluto).

Va an­che detto, però, che non è che ogni volta glielo ri­man­dassi uguale. Quando ve­devo nella cas­setta delle let­tere il pacco o il bi­glietto «Non rien­tra nella no­stra li­nea edi­to­riale», certo era una col­tel­lata. Ri­pe­tuta 55 volte. Ma non mi sono mai but­tato giù, mai ar­reso e se qual­che amico di­ceva «Vabbe’, ma prova a scri­verne un al­tro», non avevo esi­ta­zioni: «Tu sei scemo. Se non va bene que­sto, è inu­tile che mi metta a farne un al­tro. È que­sto che debbo ag­giu­stare». E così – la­vo­rando a sot­tra­zione, asciu­gando, li­mando e ri­li­mando, ri­scri­ven­dolo più volte per tutti gli otto anni (se­condo Ora­zio in realtà ce né vor­reb­bero nove) – dalle tre­cento pa­gine ini­ziali sono ar­ri­vato alle cen­to­ses­santa della ste­sura de­fi­ni­tiva. Poi fi­nal­mente è ca­pi­tato tra le mani di Or­nella Ma­stro­buono, che era all’epoca edi­tor di Don­zelli, e – chissà com’è – all’improvviso è pia­ciuto a tutti. Un suc­cesso di cri­tica una­nime all’uscita. Non così di pub­blico. Ma gra­zie per sem­pre a Or­nella e gra­zie an­che a Don­zelli, con cui il rap­porto però – an­che per­so­nale – s’è chiuso. Così sono, pur­troppo, le umane cose.

In­tanto m’ero iscritto – an­che in se­guito alle strane vi­cende nar­rate in Mam­mut e ad un pe­riodo di cassa in­te­gra­zione – all’università. Poi m’avevano ri­chia­mato in fab­brica e l’università l’ho fi­nita – sia gli ul­timi esami che la tesi su Be­ne­detto Croce – la­vo­rando di notte alle bi­cop­pia­trici, coi com­pa­gni che spesso s’alternavano, por­tando avanti loro an­che le mac­chine mie: «Vai un po’ a stu­diare, va’». E io sul ban­cone coi li­bri e con loro che mi pi­glia­vano in giro: «Ma a che ti ser­virà tutta sta scienza?».

Mi sono lau­reato in Let­tere alla Sa­pienza di Roma il 27 aprile 1994 – 110 e lode – con tutto il Con­si­glio di fab­brica della Ful­gor­cavi riu­nito in­torno a me e a Ma­rio Scotti, il mio professore.

Ne­gli stessi giorni an­dava in stampa e usciva in li­bre­ria Mammut.

Il te­sto che qui si ri­pro­pone è lo stesso d’allora. Non ho vo­luto cam­biare una sola vir­gola. Oggi scrivo in ma­niera di­versa. La prosa è meno fram­men­tata. C’è meno rab­bia, den­tro, forse. Ma un po’ più di sag­gezza. Più pie­tas. Mam­mut però è quello, e quello re­sta. È l’unico dei miei li­bri – mi ver­rebbe da dire «fi­gli» – che non vo­glio più toc­care. Non ba­stano gli otto anni che ci ho già speso? Io è lì che ho im­pa­rato il mestiere.»

[Fonte e co­py­right: La Stampa]


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