Nel giorno degli scontri di Roma vogliamo ricordare gli agricoltori e pastori sardi sotto sfratto delle banche

Ieri gli scon­tri di Roma, fo­to­co­pia dei fatti di Ge­nova 2001, du­rante la ma­ni­fe­sta­zione «Uni­ted for Glo­bal Change». Oggi le po­le­mi­che stru­men­tali e i gri­do­lini di pia­cere di chi vuole na­scon­dere, die­tro gli scon­tri, le ra­gioni pro­fonde della protesta.

In que­sto con­te­sto vo­glio ri­cor­dare una delle ra­gioni della pro­te­sta, un mondo che rie­sce, solo nei mo­menti più dram­ma­tici, a tro­vare l’attenzione dell’informazione. Il mondo de­gli agri­col­tori e pa­stori Sardi, che sono fi­niti anch’essi sotto as­se­dio. Pro­prio così, un as­se­dio pa­ra­mi­li­tare come rac­con­tano le cro­na­che, da parte di uno Stato che ha scelto, nella di­sputa tra gli agri­col­tori e pa­stori e le ban­che, le ban­che. Par­lare di loro non vuol dire ren­derli spe­ciali, ma porli come esem­pio di ciò che siamo di­spo­sti a sa­cri­fi­care in nome dell’eco­no­mia.

La sto­ria la rias­sume oggi An­to­nio Cian­ciullo su Re­pub­blica: nel 1988 la Re­gione Sar­de­gna pro­mosse dei fi­nan­zia­menti age­vo­lati tra­mite le ban­che. Tali age­vo­la­zioni fu­rono, a fi­nan­zia­menti ero­gati, an­nul­late per­chè in con­tra­sto con la nor­ma­tiva eu­ro­pea. Da qui la dif­fi­coltà a re­sti­tuire i pre­stiti. Da qui l’azione delle ban­che e dei pi­gno­ra­menti. «Per­chè dob­biamo pa­gare noi per un er­rore della Re­gione?» Si chiede di­spe­rato chi in que­sti giorni perde o ri­schia di per­dere tutto.

Dall’articolo di Cianciullo:

ROMA — Hanno di­spie­gato un cor­done di si­cu­rezza im­pe­ne­tra­bile. Hanno as­se­diato la zona con ca­mio­nette, eli­cot­teri, po­li­ziotti, guar­dia di fi­nanza. Hanno fatto ir­ru­zione e li hanno cat­tu­rati. A es­sere tra­sci­nati via dalla loro casa, a Terra Se­gada, nel Sul­cis Igle­siente, non sono stati i capi di una cel­lula ter­ro­ri­stica ma la fa­mi­glia di An­gelo Sairu, agri­col­tori col­pe­voli di non co­no­scere le trap­pole della fi­nanza in­ter­na­zio­nale e di es­sersi fi­dati de­gli am­mi­ni­stra­tori lo­cali. Più di 10 mila col­ti­va­tori e pa­stori si tro­vano nelle stesse con­di­zioni a causa dei de­biti con­tratti con le ban­che: ri­schiano di per­dere tutto, di do­ver la­sciare le loro terre agli spe­cu­la­tori che, so­ste­nuti dalle pro­messe di con­dono, già pia­ni­fi­cano il sacco di in­tere aree della Sardegna.

Vo­glio far ri­sal­tare un mondo fatto di la­voro, pas­sione, di per­sone in carne ed ossa che amano la pro­pria terra e che si­cu­ra­mente non si sono ar­ric­chite con i frutti che que­sta gli ha po­tuto dare. Gente che tra me­riti, e pro­ba­bili de­me­riti, vive il con­cetto di Li­mite. In an­ti­tesi con la mi­riade di spe­cu­la­tori che con il ce­mento hanno di­strutto grande parte della no­stra Ita­lia, sac­cheg­giando il ter­ri­to­rio e che po­treb­bero ap­pro­fit­tare di que­sto mo­mento tra­mu­tando in oro i ter­reni ove ora vi sono orti, pe­core e pa­stori. Op­pure come fanno i ma­ni­po­la­tori che guar­dano alle at­ti­vità eco­no­mi­che come li­moni da spre­mere o de­ter­mi­nano il va­lore delle cose solo in base alla ca­pa­cità o meno di pro­durre gua­da­gni. Si usa il ter­mine «sac­cheg­gio» per in­di­care un’azione di pre­da­zione, con atti di forza e di in­giu­sti­zia. La forza dei soldi e l’in­giu­sti­zia dei fa­vori dei pro­tet­to­rati politico-mafiosi che ge­sti­scono la Cosa Pub­blica. Pa­role dure?

Due mondi a con­fronto. Da una parte ab­biamo la co­stanza dell’impegno quo­ti­diano di chi vive nel ri­spetto dei li­miti e ritmi che l’ambiente gli con­sente. Il pa­store e le sue pe­core, la terra, la ver­dura che cre­sce, il sor­gere del sole e della luna. Dall’altra ab­biamo la vo­ra­cità che porta allo sprezzo di que­sti li­miti, l’arroganza di chi crede le­cito, solo per­chè si hanno i mezzi per farlo, di es­sere so­pra gli al­tri e so­pra gli equi­li­bri am­bien­tali. Di avere più di­ritti per­chè si ha la ca­pa­cità di far frut­tare quelli che si hanno, equi­vo­cando di­ritti con pri­vi­legi.

Que­sto modo di fare si è in­car­nato in un in­tero si­stema di sog­getti eco­no­mici che si au­toa­li­menta e che, per re­stare quello che sono, deve dre­nare in con­ti­nua­zione ri­sorse, guar­dando a qual­siasi si­tua­zione come ad un’ op­por­tu­nità per fare af­fari. Guar­dano al mondo come se fosse il gioco del «Mo­no­poli», con l’aggiunta della re­gola «le re­gole le fac­ciamo noi».

Ag­giun­giamo a que­sta con­trap­po­si­zione tra pro­du­zione e spe­cu­la­zione, la so­vrap­po­si­zione al mondo del fare con­creto (è con­creto una fetta di for­mag­gio, come la cura di un in­fer­miere, come la com­po­si­zione di un poeta, o la ca­rezza di una mae­stra) di una muffa che se né nu­tre, che ha rag­giunto uno spes­sore tale da sof­fo­carlo: il pa­ras­si­ti­smo della bu­ro­cra­zia tec­nico am­mi­ni­stra­tiva. Nata come stru­mento fun­zio­nale ad un cor­retto vi­vere, oggi si auto-sostiene e si mol­ti­plica per ga­ran­tire linfa ai sem­pre mag­giori suoi rappresentati.

Ecco che mi­gliaia di per­sone sono sotto scacco di un mec­ca­ni­smo cieco, che non si rende conto del danno che con­ti­nua a causare.

Gli agri­col­tori e pa­stori sardi non sono dei conti cor­renti in rosso, non sono dei pos­si­bili polli da cui avere ter­reni agri­coli per fare spe­cu­la­zioni, non sono oc­ca­sioni di saldo. Sono per­sone che con il pro­prio me­stiere cu­sto­di­scono parte del no­stro pia­neta terra. E’ un mondo che ha un senso. Uma­nità. Equi­li­brio. Dedizione.

Quello che scon­certa è che ab­biamo in­ciso a fuoco nel no­stro cer­vello una pa­rola — Svi­luppo — e che as­so­ciamo que­sta pa­rola ad azioni che sono aberranti.

Se scom­pa­ri­ranno gli agri­col­tori e pa­stori sardi non sarà la vit­to­ria dello Svi­luppo, ma della fol­lia di un sistema.

An­to­nio


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