José Saramago: prefazione al libro «Poesie» di Fernando Pessoa

Jose Saramago

Jose Sa­ra­mago

Era un uomo che co­no­sceva le lin­gue e scri­veva versi. Si gua­da­gnò il pane e il vino met­tendo le pa­role nel po­sto delle pa­role, scrisse versi come i versi si de­vono scri­vere, come se fosse la prima volta. Ini­ziò chia­man­dosi Fer­nando, pes­soa, per­sona come tutti. Un giorno gli venne in mente di an­nun­ciare l’ im­mi­nente ap­pa­ri­zione di un su­per Ca­mões, un ca­mões molto più grande del primo, ma, poi­ché era ri­sa­puto che egli fosse una per­sona di­screta, so­lita pas­sare per via dei Dou­ra­do­res con un im­per­mea­bile chiaro, cra­vatta a far­falla e cap­pello senza piume, non disse che il su­per Ca­mões era lui stesso. In fondo un su­per Ca­mões non è al­tro che un Ca­mões più grande, e lui stava in ri­serva per di­ven­tare Fer­nando Pessoa(s), per­sone, fe­no­meno mai vi­sto prima in Portogallo.

Na­tu­ral­mente, la sua vita era fatta di giorni, e dei giorni sap­piamo che sono uguali ma che non si ri­pe­tono, per que­sto non dob­biamo sor­pren­derci se un giorno, men­tre pas­sava da­vanti a uno spec­chio, Fer­nando vi ab­bia in­tra­vi­sto, per un at­timo, un’ al­tra per­sona. Pensò si trat­tasse di una delle tante il­lu­sioni ot­ti­che che suc­ce­dono di con­ti­nuo senza che si pre­sti loro troppa at­ten­zione, o che l’ ul­timo bic­chiere di ac­qua­vite gli avesse as­se­stato un colpo al fe­gato e alla te­sta, ma, pru­den­te­mente, fece un passo in­die­tro per con­fer­mare se, come è opi­nione cor­rente, gli spec­chi non sba­gliano quando mo­strano. Ma in que­sto, al­meno, si era sba­gliato: c’era un uomo che guar­dava da den­tro lo spec­chio, e quell’ uomo non era Fer­nando Pes­soa. Era per­sino un po’ più basso, il viso ten­dente al moro, tutto ra­sato. Con un mo­vi­mento istin­tivo, Fer­nando si portò la mano al lab­bro su­pe­riore, poi re­spirò a fondo con in­fan­tile sol­lievo, i baffi c’erano an­cora. Ci si può at­ten­dere molte cose dalle fi­gure che ap­pa­iono ne­gli spec­chi, tranne che par­lino. E af­fin­ché que­ste, Fer­nando e l’ im­ma­gine, che non era la sua, non re­stas­sero lì eter­na­mente a fis­sarsi, Fer­nando Pes­soa disse: «Mi chiamo Ri­cardo Reis». L’ al­tro sor­rise, fece un cenno di as­senso con la te­sta e scomparve.

Per un mo­mento lo spec­chio re­stò vuoto, nudo, ma su­bito dopo, ap­parve un’ al­tra im­ma­gine, quella di un uomo ma­gro, pal­lido, con l’ aspetto di chi non ha più molto da vi­vere. A Fer­nando sem­brò che co­stui avrebbe do­vuto es­sere il primo, però non fece nes­sun com­mento, disse solo: «Mi chiamo Al­berto Caeiro». L’ al­tro non sor­rise, fece sol­tanto un uguale, lieve cenno di as­sen­soe se né andò. Fer­nando Pes­soa re­stò in at­tesa, aveva sem­pre sen­tito dire che non v’ è due senza tre. La terza fi­gura tardò solo po­chi se­condi. Era un uomo di quelli che sem­brano avere sa­lute da ven­dere, con l’ in­con­fon­di­bile aria da in­ge­gnere lau­reato in In­ghil­terra. Fer­nando disse: «Mi chiamo Ál­varo de Cam­pos», ma que­sta volta non aspettò che l’ im­ma­gine spa­risse dallo spec­chio, si al­lon­tanò lui: pro­ba­bil­mente si era stan­cato di es­sere stato tanti in così poco tempo. Quella notte, co­min­ciava ad al­beg­giare, Fer­nando Pes­soa si sve­gliò pen­sando se il tal Ál­varo de Cam­pos fosse ri­ma­sto nello spec­chio. Si alzò, e quello che stava lì era il suo stesso volto. Al­lora disse: «Mi chiamo Ber­nardo Soa­res», e tornò a letto. Fu dopo que­sti nomi e al­cuni al­tri che Fer­nando pensò fosse giunta l’ ora di es­sere anch’ egli ri­di­colo e scrisse le let­tere d’ amore più ri­di­cole del mondo. Quando era già a buon punto nei la­vori di tra­du­zione e di poe­sia, morì. Gli amici gli di­ce­vano che aveva un grande fu­turo da­vanti, ma lui non deve averci cre­duto, tanto che de­cise di mo­rire in­giu­sta­mente, pen­sate un po’ , nel fiore dei suoi 47 anni di età.

Un mo­mento prima della fine chiese che gli des­sero gli oc­chiali. «Dammi gli oc­chiali» fu­rono le sue ul­time e for­mali pa­role. Fi­nora nes­suno ha mo­strato in­te­resse a sa­pere per che cosa li vo­lesse, al tal punto si igno­rano o di­sprez­zano le ul­time vo­lontà dei mo­ri­bondi, ma po­trebbe es­sere ab­ba­stanza plau­si­bile che la sua in­ten­zione fosse quella di guar­darsi in uno spec­chio per sa­pere, in­fine, chi vi fosse lì. Non gli dette il tempo la parca. Fra l’ al­tro, nean­che c’ era uno spec­chio nella stanza. Que­sto Fer­nando Pes­soa non riu­scì mai a es­sere dav­vero si­curo di chi fosse, ma gra­zie al suo dub­bio pos­siamo riu­scire a sa­pere un po’ di più chi siamo noi.

[Pre­fa­zione di José Sa­ra­mago al li­bro «Poe­sie» di Fer­nando Pes­soa (Bur pagg. 152, euro 4,90) — Tra­du­zione di Orietta Abbati]



Altri articoli su: Letteratura, Scrittori

There are no comments yet. Be the first and leave a response!

Leave a Reply


Ricevi un avviso se ci sono nuovi commenti. Oppure iscriviti senza commentare.