Italia 150° — Dal Nord al Sud fieri del tricolore, così vince l’orgoglio di essere italiano

L’indagine con­dotta da De­mos ri­trae una po­po­la­zione coesa, non con­di­zio­nata dalle po­le­mi­che le­ghi­ste. Solo il 7 per cento dei cit­ta­dini ri­tiene che l’unificazione am­mi­ni­stra­tiva sia stata un er­rore. An­che tra gli elet­tori del Car­roc­cio il se­ces­sio­ni­smo non sfonda: in sette su dieci pre­vale lo spi­rito uni­ta­rio. Ri­spetto a 10 anni fa ci sen­tiamo più di­visi e in­fe­lici. Per­fino meno so­li­dali Ma fi­du­ciosi nel fu­turo del Paese

DOPO 150 anni l’Unità dell’Italia pare ac­qui­sita. Ri­co­no­sciuta da­gli ita­liani, senza grandi pro­blemi, in­sieme ai sim­boli e agli av­ve­ni­menti sto­rici che la con­tras­se­gnano. Non era scon­tato, anzi: le po­le­mi­che sol­le­vate dalla Lega e — per ri­flesso — dalle fra­zioni «neo­bor­bo­ni­che» del Sud, sem­bra­vano al­lar­gare le di­stanze che at­tra­ver­sano il Paese. Tra­sfor­mando le dif­fe­renze in di­vi­sioni. Ma i dati del son­dag­gio con­dotto da De­mos (per In­tesa San­paolo) di­se­gnano un ri­tratto molto di­verso. Quasi il 90% de­gli ita­liani (in­ter­vi­stati nel corso dell’indagine) con­si­dera in modo po­si­tivo la con­qui­sta dell’Unità. Più spe­ci­fi­ca­mente, il 56% la giu­dica «po­si­tiva» e il 33% «molto po­si­tiva». Solo il 7% guarda l’Unità ita­liana con at­teg­gia­mento di se­gno negativo.

Po­si­tiva la con­qui­sta dell’Unità, an­che per il 70% de­gli elet­tori della Lega

È un sen­ti­mento con­di­viso do­vun­que. Le dif­fe­renze ter­ri­to­riali sono mi­nime. Per cui lo spi­rito uni­ta­rio ap­pare meno esteso nel Nord. Ma solo «un po’». An­che tra gli elet­tori della Lega, per quanto più cir­co­scritto, rag­giunge il 70%. La ra­gione di un orien­ta­mento così po­si­tivo, no­no­stante le po­le­mi­che, pro­ba­bil­mente, sta pro­prio nelle po­le­mi­che. Nel di­bat­tito ac­ceso — e con­ti­nuo — su­sci­tato ne­gli ul­timi mesi in­torno all’Unità e ai suoi sim­boli. Nella ca­tena di pro­vo­ca­zioni pic­cole e me­die — lan­ciate dalla Lega e dai suoi am­mi­ni­stra­tori. «Va pen­siero» can­tato nelle ce­ri­mo­nie in­vece dell’Inno di Ma­meli. I ves­silli re­gio­nali in­vece del — o ac­canto al — Tri­co­lore. Poi l’accostamento con­ti­nuo del fe­de­ra­li­smo all’indipendenza del Nord. In­somma, una se­quenza di sfide e di pic­coli strappi che hanno pro­dotto l’esito, non si sa quanto vo­luto, di raf­for­zare il sen­ti­mento uni­ta­rio, in­sieme ai sim­boli che lo evo­cano. Agendo da spot emo­zio­nali e pro­mo­zio­nali, in­vece che da disincentivi.

Un fe­no­meno molto si­mile si era ve­ri­fi­cato agli inizi de­gli anni Novanta

Un fe­no­meno molto si­mile si era ve­ri­fi­cato agli inizi de­gli anni No­vanta, quando la Lega lan­ciò la sua cam­pa­gna in­di­pen­den­ti­sta, che sfo­ciò, nel 1996, nella mar­cia «se­ces­sio­ni­sta» lungo il Po. Per mar­care il con­fine pa­dano ri­spetto all’Italia. Eb­bene, mai come al­lora l’orgoglio e l’identità na­zio­nale as­sun­sero pro­por­zioni così am­pie. E il so­ste­gno all’unità ita­liana ap­parve largo come mai prima di al­lora. Lo stesso orien­ta­mento che emerge in que­sta fase, in que­sti giorni. Tutti gli ita­liani, o quasi, con­vinti dell’importanza della con­qui­sta uni­ta­ria. Con­vinti che sia im­por­tante ri­co­no­scersi ita­liani. An­che tre elet­tori della Lega su quat­tro. Evi­den­te­mente, le­ghi­sti senza es­sere padani.

Si­gni­fi­ca­tivo il va­lore at­tri­buito a eventi e sim­boli «unitari»

Allo stesso modo e allo stesso tempo, è si­gni­fi­ca­tivo il va­lore at­tri­buito a eventi e sim­boli «uni­tari». Al­tri­menti e al­tre volte sot­to­va­lu­tati. Se non cri­ti­cati aper­ta­mente. La Co­sti­tu­zione, il Ri­sor­gi­mento, per­fino la Re­si­stenza. E an­cora, l’Inno di Ma­meli, il Tri­co­lore. Gli ita­liani guar­dano con am­mi­ra­zione i Pa­dri della Pa­tria: Ca­millo Benso conte di Ca­vour, Giu­seppe Maz­zini e, per primo, Giu­seppe Ga­ri­baldi. Spesso «de­plo­rato» dai nor­di­sti, dai su­di­sti, in qual­che mi­sura, an­che dai pa­pa­lini. Per aver «uni­fi­cato» l’Italia. Il Nord e il Sud. Fi­gura eroica, in ca­mi­cia rossa. Ed è in­te­res­sante os­ser­vare come l’ammirazione de­gli ita­liani si al­lar­ghi an­che ad al­cuni tra i «fon­da­tori» e i lea­der po­li­tici della Prima Re­pub­blica. De­mo­cri­stiani ma an­che co­mu­ni­sti. Al­cide De Ga­speri ed En­rico Ber­lin­guer, so­prat­tutto. E, per primo, Aldo Moro, ra­pito e uc­ciso dalle Br, an­che (forse pro­prio) per­ché aveva per­se­guito — quasi rag­giunto — lo «sto­rico com­pro­messo» fra i due par­titi di massa che ave­vano fon­dato e ac­com­pa­gnato l’Italia re­pub­bli­cana. Certo, non bi­so­gna pen­sare che il di­sin­canto na­zio­nale, all’improvviso, sia scom­parso. Rim­piaz­zato da un or­go­glio ine­dito. Sa­rebbe troppo. In­tanto, l’atteggiamento verso l’ultima fase della Prima Re­pub­blica è molto più cri­tico. Craxi, lo stesso An­dreotti sono guar­dati con dif­fi­denza. As­so­ciati a Tan­gen­to­poli. Per­ce­pita come una ri­vo­lu­zione man­cata, più che incompiuta.

Gli ita­liani si sen­tono uniti dalla loro ca­pa­cità di «fare» e in­ven­tare, di rea­gire alle difficoltà

La sto­ria na­zio­nale, per molti ita­liani, è come fosse fi­nita al­lora. Da lì ini­zia il de­clino. Che ria­pre la frat­tura nei con­fronti delle isti­tu­zioni e della sfera pub­blica. L’orgoglio na­zio­nale, per que­sto, si in­di­rizza, più an­cora di un tempo, su aspetti che ri­guar­dano le tra­di­zioni so­ciali e lo­cali. La cul­tura e l’arte. Ci si dice or­go­gliosi del no­stro pa­tri­mo­nio ar­ti­stico, delle bel­lezze del no­stro ter­ri­to­rio, della no­stra cu­cina, della moda, del ci­nema. Del no­stro stile e del no­stro modo di vita. Ma molto meno — anzi, quasi per nulla — della po­li­tica e dei po­li­tici. In­somma, gli ita­liani si sen­tono uniti dalla loro ca­pa­cità di «fare» e in­ven­tare, di rea­gire alle dif­fi­coltà. Ma da soli. Senza lo Stato e senza le isti­tu­zioni. Di cui si ap­prezza la sto­ria, non il pre­sente. Da ciò il si­gni­fi­cato ri­co­no­sciuto alla Co­sti­tu­zione, di cui si di­scute molto, oggi, ma che è stata scritta molto prima. Dopo la guerra. Da ciò, so­prat­tutto, il grande va­lore ri­co­no­sciuto alla ri­co­stru­zione de­gli anni Cin­quanta e Ses­santa. Un pe­riodo em­ble­ma­tico, quasi una ban­diera. L’epoca in cui il Paese riu­scì a ri­sol­le­varsi dal ba­ra­tro in cui l’aveva get­tato la guerra. A «ri­co­struire», o me­glio, a «co­struire» un’economia che prima non esi­steva. A con­qui­stare lo svi­luppo, prima, il be­nes­sere, poi. In al­tri ter­mini: a in­ven­tare un fu­turo nuovo e di­verso ri­spetto al pas­sato. Oggi, in­vece, an­che l’orgoglio su­sci­tato da­gli im­pren­di­tori e dall’economia ap­pare ti­mido. Con­se­guenza evi­dente di que­sta fase di crisi.

No­no­stante lo Stato, fra 10 anni si can­terà an­cora l’inno di Ma­meli, il Tri­co­lore con­ti­nuerà a sventolare

In­somma, echeg­giando Spi­noza, l’orgoglio na­zio­nale ap­pare una «pas­sione tri­ste». Ri­spetto a 10 anni fa, in­fatti, gli ita­liani, si sen­tono più di­visi e in­fe­lici. Per­fino meno so­li­dali. Am­met­tono un ul­te­riore de­clino dello spi­rito ci­vico. Ep­pure scom­met­tono che fra 10 anni il Paese sarà an­cora unito, in un’Europa an­cora unita. Scom­met­tono che si can­terà an­cora l’inno di Ma­meli. Che il Tri­co­lore con­ti­nuerà a sven­to­lare. No­no­stante lo Stato e le leggi. No­no­stante la crisi eco­no­mica. E se si sen­tono fru­strati dal pre­sente e dal pas­sato re­cente. Se il fu­turo è fug­gito. Al­lora si ri­fu­giano nel pri­vato e nella me­mo­ria. Nei miti della sto­ria. Que­sto Paese di­sin­can­tato e di­sil­luso. E, no­no­stante tutto, unito. Que­sto Paese di «ita­liani nonostante».

Ta­belle

[Fonte e co­py­right: La Re­pub­blica e De­mos — I. Dia­manti]


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