Disastro nucleare di Chernobyl — una testimonianza sulla tragica fine dei “liquidatori” [1 video]

La te­sti­mo­nianza stra­ziante di una ve­dova, Va­len­tina Pa­na­se­vich. Gli ef­fetti della «pe­ste ra­dioat­tiva» sui «Li­qui­da­tori» della cen­trale, i pom­pieri e gli ope­rai che scel­sero di an­dare in­con­tro alla morte per spe­gnere il Mo­loch nu­cleare. E i 50 ka­mi­kaze di Fu­ku­shima stanno fa­cendo la stessa fine de­gli eroi che si im­mo­la­rono per spe­gnere il reat­tore nu­mero 4 della cen­trale ucraina.

Il disastro nucleare di Chernobyl

Il di­sa­stro nu­cleare di Chernobyl

Il ri­cordo della ve­dova di un «li­qui­da­tore», Va­len­tina Pa­na­se­vich, nel ca­po­la­voro «Pre­ghiera per Chernobyl»


«Poco fa ero così fe­lice. Tutto è ri­ma­sto in un al­tro mondo. Non ca­pi­sco come rie­sco a vi­vere. Mi sen­tivo pa­ra­liz­zata. La mat­tina mi sve­gliavo, cer­cavo di ab­brac­ciarlo. Dov’è? C’è il suo cu­scino, il suo odore. Di sera la fi­glia mi dice che ha fi­nito i com­piti. All’istante mi ac­corgo che ho dei fi­gli. Ma dove è lui? Lo penso fin­ché non mi addormento…

«La sua squa­dra, sette per­sone, sono morti tutti»

Non pian­gerò. Or­mai ho perso que­sta ca­pa­cità… Non mi la­scia un’idea strana: ho vi­sto quello che nes­suno ha vi­sto prima d’ora… Siamo primi a sco­prire qual­cosa di ter­ri­bile. È an­dato a Cher­no­byl il giorno del mio com­pleanno. Fa­ceva da mon­ta­tore ar­ram­pi­chino. Viag­giava per tutto il paese ed io lo aspet­tavo sem­pre. Fa­ce­vamo una vita da in­na­mo­rati. Quel giorno erano pre­oc­cu­pate solo le no­stre mamme. Noi in­vece era­vamo tran­quilli. La sua squa­dra, sette per­sone, sono morti tutti. Quando dopo tre anni è morto il primo pen­sa­vamo, che ma­gari fosse un caso. Dopo è morto il se­condo, il terzo… Ognuno già aspet­tava il suo turno. Mio ma­rito è morto per ul­timo. Era ro­bu­sto, alto quasi due me­tri, pe­sava 90 chili, come si po­teva im­ma­gi­nare? Stac­ca­vano la luce nei paesi ab­ban­do­nati… Ah, quanto ero felice!

«Io in­vece vo­levo spo­sarmi ed amare, solo amare come Na­ta­scia Ro­stova in «Guerra e pace»»

Era tor­nato. Era sem­pre una fe­sta quando tor­nava. In­dos­savo una bella ca­mi­cia da notte che avevo per quest’occasione. Co­no­scevo ogni an­golo del suo corpo. A volte an­che so­gnavo di es­sere una parte del suo corpo, era­vamo in­di­vi­si­bili. Sen­tivo un do­lore fi­sico quando an­dava via. Que­sta volta è tor­nato con i nodi lin­fa­tici sul collo. Li ho sen­titi su­bito ap­pena l’ho ba­ciato. Sono nata per amare. Le mie com­pa­gne di scuola fa­ce­vano pro­getti per il fu­turo: iscri­versi all’università, par­te­ci­pare a qual­che im­presa di Kom­so­mol. Io in­vece vo­levo spo­sarmi ed amare, solo amare come Na­ta­scia Ro­stova in «Guerra e pace». A nes­suno po­tevo ri­ve­larlo per­ché al­lora era le­cito pen­sare solo di qual­che im­presa di kom­so­mol, di col­ti­vare la Si­be­ria. L’ho co­no­sciuto quando sono an­data a la­vo­rare alla cen­trale te­le­fo­nica. Sono stata io a dir­gli: «Spo­sami, ti vo­glio tanto bene!». Mi sono in­na­mo­rata da matta, vo­lavo fra le nu­vole… A volte cerco di con­so­larmi: ma­gari la morte non è la fine, ma­gari lui vive in qual­che al­tro mondo. Leg­gevo li­bri e gior­nali, par­lavo con la gente, vo­levo sa­pere tutto sulla morte per tro­vare qual­che con­so­la­zione… Non posso stare da sola, era­vamo in­di­vi­si­bili. Non vo­leva an­dare dal me­dico per­ché non sen­tiva nes­sun do­lore. I nodo lin­fa­tici au­men­ta­vano. Ho in­si­stito. L’hanno man­dato su­bito dall’oncologo.

«Tutti i suoi col­le­ghi erano già morti»

Dopo una set­ti­mana è stato ope­rato. Gli hanno tolto com­ple­ta­mente la ti­roide e la parte di fa­ringe. Ora ca­pi­sco che que­sto era an­cora un pe­riodo fe­lice… Ho im­pa­rato a dar­gli da man­giare tra­mite una can­nuc­cia. Non sen­tiva or­mai né odori, né sa­pori. An­da­vamo qual­che volta al ci­nema e ci ba­cia­vamo lì: così ci sen­ti­vamo ag­grap­pati alla vita. Poi un giorno non è più riu­scito ad al­zarsi dal letto. Ave­vamo an­cora un anno tutto per noi, lui stava sem­pre peg­gio­rando a vi­sta d’occhio per tutto l’anno. Tutti i suoi col­le­ghi erano già morti. Que­sto pen­siero era in­sop­por­ta­bile, nes­suno sa­peva che cosa vuol dire Cher­no­byl. Si scri­veva tanto su que­sto ar­go­mento, ma siamo stati noi per primi a sco­prire l’aspetto più orribile.

«Come si muore dopo Chernobyl»

Vo­lete sa­pere come si muore dopo Cher­no­byl? L’uomo che amavo, così che non avrei po­tuto amarlo di più nean­che se fosse stato mio fi­glio, si tra­sfor­mava sotto i miei oc­chi in un mo­stro, in un ex­tra­ter­re­stre. Gli si è de­for­mato il naso au­men­tando di circa tre volte. Gli oc­chi si sono spo­stati ed hanno as­sunto un’espressione sco­no­sciuta. Ma que­sto non mi spa­ven­tava. Ero sol­tanto pre­oc­cu­pata che lui si ve­desse così come era. Però in­si­steva af­fin­ché gli por­tassi uno spec­chio, me lo scri­veva ri­pe­tu­ta­mente (co­mu­ni­ca­vamo scri­vendo per­ché egli non riu­sciva nem­meno a sus­sur­rare). Ma io fa­cevo finta di niente. Dopo tre giorni sono stata co­stretta a por­tar­glielo. Ci è ri­ma­sto male. Cer­cavo di con­so­larlo: non ti pre­oc­cu­pare, ap­pena gua­ri­rai an­dremo a stare in qual­che pae­sino ab­ban­do­nato e ci vi­vremo noi due da soli. Non lo in­gan­navo, ero pronta ad an­dar­mene in capo al mondo per lui. Mi con­fondo, non rie­sco a parlare.

«Ma cosa po­tevo of­frir­gli ol­tre i far­maci? Quale spe­ranza? Non vo­leva morire…»

Avevo 16 anni quando l’ho co­no­sciuto. Aveva 7 anni più di me. Quando an­davo all’appuntamento con lui scen­devo alla fer­mata dopo per ve­dere da lon­tano che bel ra­gazzo mi aspet­tava. Per due anni non me né ac­cor­gevo se era estate o in­verno. Quanto ero fe­lice! Non cam­bie­rei nulla in vita mia an­che se le stelle mi aves­sero av­ver­tita del mio de­stino. Il giorno del ma­tri­mo­nio non ab­biamo tro­vato il suo pas­sa­porto. «È un brutto se­gno», – pian­geva la mia mamma. Non era amore, piut­to­sto un lungo in­na­mo­ra­mento. Non so se sia le­cito par­larne. Ci sono dei mi­steri, dei se­greti. An­che adesso non ca­pi­sco che cosa fosse. Aveva dei de­si­deri fino all’ultimo mese. Mi chia­mava di notte, mi amava più forte di prima. Di giorno quando lo guar­davo non riu­scivi a cre­dere a ciò che era suc­cesso di notte. Non vo­le­vamo se­pa­rarci. Lo sfio­ravo coc­co­lando, mi ri­cor­davo i mo­menti più fe­lici della no­stra vita. Non vo­leva mo­rire. Ma cosa po­tevo of­frir­gli ol­tre i far­maci? Quale spe­ranza? Non vo­leva morire…

«Non era un so­lito tu­more, era il tu­more di Chernobyl»

Alla mamma non rac­con­tava nulla, non avrebbe ca­pito per­ché non era un so­lito tu­more, era il tu­more di Cher­no­byl, molto più ter­ri­bile. I me­dici mi hanno spie­gato: se le me­ta­stasi si fos­sero svi­lup­pate den­tro all’organismo sa­rebbe morto pre­sto. In­vece sono uscite tutte fuori. Le for­ma­zioni nere hanno co­perto il corpo fino alla vita, era spa­rito il mento, il collo. La lin­gua uscita fuori, era di­ven­tata come una bor­setta. San­gui­nava per­ché si rom­pe­vano le vene. Gli met­tevo sotto un ca­tino. An­che adesso sento quel suono di zam­pilli di san­gue. Non sa­pevo come aiutarlo.

«Mia cara, le au­guro che lui muoia al più presto»

Al pronto soc­corso ci co­no­sce­vano già e non vo­le­vano ve­nire: non pos­siamo fare nulla per suo ma­rito. Una volta è ve­nuto un me­dico gio­vane, ap­pena en­trato mi ha detto: «Mia cara, le au­guro che lui muoia al più pre­sto» e lui l’ha sen­tito. Un’altra volta un’infermiera non ce l’ha fatta ad en­trare in ca­mera. Ho im­pa­rato a fare da me le pun­ture di stu­pe­fa­centi. Gri­dava dal do­lore, gri­dava per tutto il giorno. A que­sto punto ho tro­vato la so­lu­zione: gli ver­savo tra­mite la can­nuc­cia una bot­ti­glia di vo­dka. Così si assopiva.

««Ti di­spiace che sei an­dato a Cher­no­byl?». Mi ha ri­spo­sto di no»

Una volta gli ho chie­sto: «Ti di­spiace che sei an­dato a Cher­no­byl?». Mi ha ri­spo­sto di no. Ero così fe­lice con lui. Lo guar­davo men­tre si fa­ceva la barba, men­tre man­giava, men­tre cam­mi­nava per strada. Non po­tevo sa­ziarmi, come se avessi un pre­sen­ti­mento che non sa­rebbe du­rato a lungo. Non ca­pi­sco come può pia­cere il pro­prio la­voro. A me pia­ceva sol­tanto lui. Amavo sol­tanto lui. Di notte grido nel cu­scino per non spa­ven­tare i figli.

«Lo guar­dai e pen­sai: per cosa muore?»

I pa­renti mi ave­vano sug­ge­rito di por­tarlo in un ospe­dale dove mo­ri­vano gli am­ma­lati come lui. An­che lui mi sup­pli­cava, ha con­su­mato un qua­derno per con­vin­cermi. Alla fine ho de­ciso di farlo. Ci sono an­data con suo fra­tello. L’ospedale si tro­vava in pe­ri­fe­ria di un pae­sino. Quando ho vi­sto una grande casa in le­gno col pozzo ro­vi­nato, i ser­vizi fuori, la vec­chiette ve­stite in nero, non sono nem­meno uscita dalla mac­china. Gli ho detto: non ti ci por­terò mai. Mai! Hanno te­le­fo­nato i suoi col­le­ghi, vo­le­vano ve­nire a tro­varlo. Gli hanno por­tato un di­ploma d’onore, una car­tella rossa con il pro­filo di Le­nin. Lo guar­dai e pen­sai: per cosa muore?

«Or­mai so come mo­ri­remo dopo una guerra ato­mica, dopo Cher­no­byl. An­che morto era caldo-caldo»

I gior­nali scri­ve­vano che era esploso non solo Cher­no­byl, ma an­che il co­mu­ni­smo. Il pro­filo sulla car­tella è ri­ma­sto co­mun­que. I col­le­ghi vo­le­vano par­lar­gli. Lui in­vece si co­priva la te­sta, aveva già paura della gente, ac­cet­tava solo me. Le ul­time set­ti­mane sono state più or­ri­bili. L’uomo muore da solo, in so­li­tu­dine. Du­rante il fu­ne­rale gli ho co­perto la fac­cia con un faz­zo­letto. Una sua amica che mi aveva chie­sto di sco­prire la fac­cia è sve­nuta. Quando è morto nes­suno riu­sciva ad av­vi­ci­narsi. I pa­renti non pos­sono la­vare e ve­stire il de­funto. Ho chia­mato due im­pie­gati dell’obitorio. An­che loro che né hanno vi­sto di tutti i co­lori, mi hanno ri­ve­lato che è la prima volta che ve­de­vano que­sto or­rore. Or­mai so come mo­ri­remo dopo una guerra ato­mica, dopo Cher­no­byl. An­che morto era caldo-caldo. Non si po­teva toc­carlo. Ho fer­mato l’orologio, erano le sette. An­che oggi è lì fermo, non si rie­sce a farlo par­tire. Il mec­ca­nico dice che il mec­ca­ni­smo non è rotto, però non fun­ziona più. Mistero.

«Nes­suno si av­vi­cina alle tombe dei vi­gili del fuoco di Cernobyl»

I primi giorni senza di lui. Avevo sonno, ho dor­mito per due giorni. Mi al­zavo solo per pren­dere un po’ d’acqua. Prima di mo­rire mi ha scritto: «Fai bru­ciare il mio corpo, non vo­glio che tu ab­bia paura». Per­ché ha de­ciso così? Ho letto che la gente si ag­gira senza av­vi­ci­narsi alle tombe dei vi­gili del fuoco di Cer­no­byl morti ne­gli ospe­dali di Mo­sca e se­polti nei din­torni, a My­ti­shi. Non sep­pel­li­scono ac­canto nean­che i loro de­funti, hanno paura per­ché nes­suno sa cosa è Cher­no­byl. Ero se­duta ac­canto a lui quando era ap­pena morto. Im­prov­vi­sa­mente ho vi­sto una nu­vola sa­lire so­pra il suo corpo. Era la sua anima. Nes­suna l’ha vi­sta, io in­vece sì. Ho avuto l’impressione che ci siamo ri­vi­sti un’altra volta… Chi me l’ha tolto? Per quale di­ritto? Hanno por­tato il pre­cetto il 19 di ot­to­bre 1986. Come se fosse la guerra…

«Io re­ci­terò la mia pre­ghiera di Cher­no­byl e lui guar­derà il mondo con gli oc­chi da bambino»

Ero fe­li­cis­sima da im­paz­zire. Non so come vi­vrò. Cosa mi ha sal­vato? Il no­stro fi­glio. E’ am­ma­lato. E’ già cre­sciuto, ma guarda il mondo con gli oc­chi fe­lici di un bam­bino di 5 anni. Si trova nell’ospedale psi­chia­trico. Que­sta era la sen­tenza dei me­dici: per so­prav­vi­vere deve ri­ma­nere sem­pre lì. Ci vado ogni fine set­ti­mana. Mi chiede sem­pre: «Dove è il papà? Quando verrà?». Chi al­tri me lo po­trà mai chie­dere? L’aspetta. Vi­vremo in­sieme con mio fi­glio. Io re­ci­terò la mia pre­ghiera di Cher­no­byl e lui guar­derà il mondo con gli oc­chi da bambino…»

Vi­deo: Sto­ria del di­sa­stro nu­cleare di Chernobyl



[Fonti e co­py­right: te­sto: Il Fatto Quo­ti­diano — M. Lom­bezzi — vi­deo: «Gaia — Il Pia­neta che vive» di M. Tozzi, Rai Tre 2005]

[ar­chi­viato in DISASTRO NUCLEARE CHERNOBYL]


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