il discorso-esegesi integrale sul risorgimento italiano e l’Inno d’Italia (52 min 13 sec.)
Durante il Festival della Canzone italiana di Sanremo, il 17 febbraio 2011, Roberto Benigni canta tra l’altro (a cappella) l’Inno di Mameli per i 150 anni dell’Unità d’Italia. Per il suo intervento a Sanremo 2011 (durato circa 53 minuti), Benigni, ha ricevuto un compenso di 250mila Euro che, stupendo tutti, devolve in beneficenza all’ospedale Meyer di Firenze per la costruzione di un intero padiglione.
È arrivato per dare alla patria tutta una lezione di patriottismo. Inteso come l’amore per il posto in cui si abita, come l’orgoglio per questo nostro Bel Paese, il posto più bello del mondo, a lungo «posseduto, violentato, saccheggiato»
Sono le 22,30 del 17 febbraio 2011, terza serata del Festival di Sanremo numero 61, e Roberto Benigni è arrivato a cavallo sul palcoscenico dell’Ariston.
L’epifania di Benigni è sempre straordinaria, e dunque l’hanno fatta sospirare ai telespettatori, attendendo forse un momento di santoriana pausa.
È arrivato per dare alla patria tutta una lezione di patriottismo. Inteso come l’amore per il posto in cui si abita. Inteso come l’orgoglio per questo nostro Bel Paese, il posto più bello del mondo, a lungo «posseduto, violentato, saccheggiato». Ma prima ancora ha dato una lezione di politica nel senso etimologico del termine, la politica come l’amore per la propria città, e dunque, appunto, per il paese in cui si vive. Ha dato una lezione di storia, ha divulgato.
Ha fatto il monologo con la sua consueta passione, senza aver paura della retorica e delle battute, Ruby, le nipoti, ma davvero nell’impianto narrativo della sua mezzora (abbondante), del suo fiume di parole, le frecciate a Berlusconi erano il contorno.
Anche l’Italia è minorenne. Che cosa sono 150 anni? L’Italia è una bimba
«Mameli, quando scrisse l’inno aveva 20 anni. A quell’epoca la maggiore età si raggiungeva a 21. E Mameli era minorenne. Anche l’Italia è minorenne. Che cosa sono 150 anni? L’Italia è una bimba. La storia delle minorenni, d’altronde, è nata con Gigliola Cinquetti che si spacciava per la nipote di Claudio Villa e a Sanremo cantava “Non ho l’età”. Mentre Cavour se la intendeva con la nipote di Metternich».
Oppure: «Le procure stanno perdendo tempo. Silvio, se non ti piace cambia canale, vai sul due, ah no, c’è Santoro, allora vai a dormire. Dunque le procure perdono tempo. Bastava andare all’anagrafe egiziana per vedere se Mubarak di cognome si chiama Rubacuori, Mubarak Rubacuori». E ancora: «Sono felice di essere accanto a Gianni Morandi, persona straordinaria, uno stile memorabile (Benigni la ripete molto, la parola «memorabile», n.d.r.). Non se la prende mai, non reagisce ai soprusi: questo stile mi piace molto, il prossimo festival lo facciamo presentare a Bersani. D’altronde Morandi ha dedicato la canzone a Garibaldi, uno su mille ce la fa. E qui parliamo di Risorgimento, che è stato fatto da uomini memorabili: Mazzini, Garibaldi, Cavour, Andreotti… Andreotti era piccino».
L’esegesi dell’Inno d’Italia
Battute, sì, ma erano il contorno. Gli antipasti che dovevano condurre al piatto forte, l’esegesi dell’Inno d’Italia. Esegesi, secondo le più scaltre tecniche oratorie, a lungo invocata come un mantra, e che è poi esplosa in tutta l’immaginifica capacità affabulatoria di Benigni.
Che ha posto il suo intelletto al servizio dell’analisi delle parole e delle musiche di Mameli e Novaro, due genovesi. Ha commentato verso per verso, invocando con aria di bonario rimprovero Bossi sempre malmostoso su «schiava di Roma» («Umberto, è la vittoria che è schiava di Roma, non l’Italia! Il soggetto è la vittoria!»), spaziando dalle Guerre Puniche all’Impero Romano, dagli Orazi e Curiazi alle coorti, quelle alle quali ci si deve stringere, ha parlato di Francesco Ferrucci e Maramaldo.
«Il nostro inno è talmente bello»
«Il nostro inno è talmente bello che consente anche di non festeggiarlo». Ha parlato del mito di Garibaldi, di Churchill che, dopo aver vinto la guerra, perse le elezioni, e disse: «Proprio per questo abbiamo combattuto». Ha parlato di Dante cui appare Beatrice (in quel punto gli è pure mancata la parola «verde», soffocata forse dall’impeto): Dante perché da lui derivano i colori della nostra bandiera. E la nostra importantissima lingua. Ha parlato di Gioberti, insistendo sulla necessità dell’unione (ovvio richiamo a Morandi).
Storia di un’Italia sventrata dagli stranieri
Ha parlato delle donne del Risorgimento, citando anche la Contessa di Castiglione: «Non potete sapere che cosa hanno fatto le donne»: beh, la contessa di Castiglione ha combattuto per Cavour nel letto di Napoleone III, ma insomma. Parlava di diritti, dei voti alle donne, prima donna ministro fu Tina Anselmi, nel ‘76. Benigni ha chiosato anche le strofe del nostro inno che nessuno più conosce e canta. «Storia di un’Italia sventrata dagli stranieri», di Umberto da Giussano: «Legnano. Il carroccio. Ma loro ci sono morti. Si misero tutti insieme e fecero la Lega Lombarda. Distrussero Federico Barbarossa. È dentro l’inno di Mameli: ogni volta che dite Legnano, potete sventolare tranquillamente la bandiera».
Ha esortato a celebrare la festa nazionale, ha ricordato tutti coloro che sono morti perché noi potessimo vivere. Ha detto che il Risorgimento l’ha fatto il popolo, e questa fa il paio con l’impegno della Contessa di Castiglione: l’arte retorica ha le sue esigenze.
Ha terminato cantando «Fratelli d’Italia»
Ha terminato cantando «Fratelli d’Italia», quietamente, senza musica. Sarebbe stato meglio che il pubblico non avesse applaudito a metà. Benigni è un autore, è attore, regista, premio Nobel, è un uomo di spettacolo. Sa fare spettacolo. L’emozione che dà un grande uomo di spettacolo è qualcosa di insostituibile.
Tutti in piedi ad applaudire
Sipario. Tutti in piedi ad applaudire. E poi la commozione di Morandi, e la Canalis, ancorché con il suo acquisito birignao, che dice una cosa saggia, alla fine: «Ora è molto difficile andare avanti». Ma poi si avanti. Anche con Bizzarri e Kessisoglu, che hanno letto un brano sui mali dell’indifferenza, il peso morto della storia: «Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perchè la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare».
Il brano era di Gramsci, scritto nel 1917. E la foto di Gramsci campeggiò sul palcoscenico dell’Ariston.
[Fonte e copyright: video: rai.it — testo: lastampa.it (A. Comazzi) Si ringrazia sentitamente Roberto Benigni per il video]
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C’ è un brano di Baglioni che dice così: «E adesso la pubblicità». Nel caso di Benigni a Sanremo credo che sia utile dire una cosa: lui è uno dei tanti motivi – che avevo dimenticato vuoi per la vergogna e vuoi per tanta rabbia – per cui **mi sento orgoglioso di essere italiano**. Per quasi un’ora ho dimenticato le tristezze d’Italia e mi sono sentito partecipe di un Paese che non sentivo quasi più mio. E come dice quella strofa: ora torniamo a parlare di Ruby e sciacquette varie, non mi fanno più niente dopo Benigni. Mi sento immune da questo schifo. Io sono orgoglioso di essere italiano grazie a Roberto!
Grazie a Roberto Benigni, grazie per il suo modo di essere italiano, il suo modo di sapere, di emozionarsi e fare emozionare. Vivo in Spagna da cinque anni e l’altra sera sono stata dopo tanto tempo felice di essere italiana. Sono leccese, ma ho studiato Dante, Leopardi e Foscolo… e davanti all’Italia, come la vedo da lontano, devo dire grazie perché la tv pubblica per una volta è stata educativa. Grazie perché nonostante il precariato e tutti i problemi d’Italia, Benigni mi ha fatto piangere, perché la poesia e la cultura sono l’emozione vera, e perché l’Italia come la racconta lui è quella che ho nel cuore.
L’ esibizione di Benigni al Festival di Sanremo è stato uno dei momenti televisivi più emozionanti degli ultimi anni, con buona pace di tutti quelli che criticavano il suo cachet. L’altra sera l’attore toscano ci ha donato veri brividi intonando l’inno di Mameli come lo avrebbe fatto uno di quei ragazzi che andavano a morire per fare la patria. La sua è stata una impareggiabile lezione storica che, sfogliando i versi scritti da Mameli, ha insegnato agli spettatori in meno di un’ora quanto non hanno imparato in anni. Questa volta Benigni ha unito l’Italia. La sua lettura dell’inno e soprattutto la commovente interpretazione finale valgono tutte le celebrazioni istituzionali che verranno.
Benigni è riuscito in un miracolo: convincere e commuovere tutti con un monologo talmente lungo che poteva apparire indigeribile per i tempi della televisione di oggi. Ha dimostrato che la televisione può fare cultura e che la memoria non è una cosa polverosa e burocratica e può conquistare i cuori e le menti.
Guardare Benigni è stato STUPEFACENTE altroché!!!
Battute a parte la sua lezione sul risorgimento e sul significato dell’inno di Mameli IRRIPETIBILE!!!
Mi sono commosso e ho avuto modo di riflettere sul fatto di essere italiano… 150 anni dall’unità d’Italia e ieri per la prima volta qualcuno (finalmente) ci ha fatto capire perché è importante festeggiare questa ricorrenza!!!
Mio papà ricordava sempre che nei festeggiamenti per il 100° anniversario nel 1961, tutti erano coinvolti, tutti festeggiavano L’ORGOGLIO DELL’ITALIA UNITA…
In quegli anni era appena 11enne ma il ricordo e l’emozione della visita a Torino e l’incontro con il presidente Giovanni Gronchi sono sempre rimasti vivi e indelebili in lui.
Spero che ragazzi come me riescano a capire profondamente l’importanza di questa occasione…
IO QUALCHE COSA IN PIÙ L’HO RECEPITA ANCHE GRAZIE A BENIGNI (forse in più di tutti gli anni di scuola che ho fatto) CHE CON AMORE, ALLEGRIA E PASSIONE CI HA INSEGNATO AD AMARE DI PIÙ’ QUESTO NOSTRO PICCOLO PAESE…
GRAZIE!!
*un ragazzo 20enne del nord
Che tristezza le prime file, Benigni grandioso.
Gran bella performance di Begnini.
Come trasformare 150 di storia italiana in una cavalcata sentimentale: giusto lui poteva riuscirci.
“Un popolo che non conosce il proprio passato non ha un futuro” diceva Montanelli. Credo che ieri sera Benigni abbia dato una dimostrazione di quanto sia importante che tutti i cittadini sappiano quali sono le radici della nostra nazione.
Ed talmente coinvolgente nella sua narrazione che gli si possono pure perdonare alcune inesattezze storiche. A volte non sono importanti i dettagli ma il puro e semplice sentimento.
Bella e interessante l’esegesi. Un po’ troppo lunga, mi si consenta.
Comunque, meravigliose nelle prime file le facce tirate dei quaquaraquà al soldo del nano.
Un solo aggettivo: GRANDE.
Un ennesimo esempio di cultura, intelligenza e passione da parte del più grande artista che l’ITALIA può vantare ai nostri giorni. A stento ho trattenuto le lacrime ascoltando la sua esegesi, che nessun professore di storia avrebbe potuto realizzare con altrettanta memorabile passione.
Per mezz’ora mi sono sentito fiero di essere italiano, finché non hanno inquadrato i politici-sanguisuga seduti nelle prime file dell’Ariston… lì mi è caduto tutto, ma proprio tutto.
Roberto, per me rimarrai sempre il migliore.
Potrà anche non piacere, de gustibus…, quel che conta è il significato, la sensibilità e la cultura necessaria per aprire il proprio animo a qualcosa di più elevato, più nobile, e a cui purtroppo l’ignoranza o la mala fede a volte non consente di accedere.
L’unico consiglio utile che possa dare a chi questa offerta straordinaria di Benigni non aggrada è: studiate e toglitevi le fette di salame dagli occhi che vi impediscono di vedere.
Grazie di cuore, nella notte tra le più buie della democrazia italiana, anche la tenue luminosità di una flebile speranza è sufficiente a squassare il buio.
A noi cittadini completare il processo di trasformazione dall’italietta degli omminicchi all’Italia Repubblicana e compiutamente Democratica.