Abolire la Miseria

Bar­bara Spi­nelli con Bocca e Biagi

di Bar­bara Spi­nelli La Re­pub­blica 28 Dic 2011

CERTE volte di­men­ti­chiamo che il pen­siero di unirsi in una Fe­de­ra­zione, nato come pro­getto non uto­pico ma con­creto nell’ultima guerra in Eu­ropa, non ha come obiet­tivo la sem­plice tre­gua d’armi fra Stati che per se­coli si sono com­bat­tuti se­mi­nando morte. È un pro­getto che va alle ra­dici di quei no­stri de­litti col­let­tivi che sono stati i to­ta­li­ta­ri­smi, le guerre. Che scruta le ra­gioni per cui gli in­di­vi­dui pos­sono im­mi­se­rirsi al punto di di­spe­rare, ane­lare a uno stra­bi­liante Re­den­tore ter­reno, im­ma­gi­nare la sal­vezza schiac­ciando i pro­pri si­mili: i de­boli, in ge­nere. Di­cono che i mo­tivi che spin­sero gli eu­ro­pei a unirsi, ne­gli anni ’50, sono sva­niti per­ché il com­pito è as­solto: la guerra è oggi tra loro im­pen­sa­bile. Que­sto spie­ghe­rebbe come mai non esi­stono più sta­ti­sti eroici come Mon­net, De Ga­speri, Ade­nauer: uo­mini mar­chiati dalla guerra di trent’anni della prima metà del ‘900.

Chi parla in que­sto modo tra­scura quello sguardo scru­tante che i fon­da­tori get­ta­rono sulla que­stione della mi­se­ria, e l’estrema sua at­tua­lità. Tra­scura, an­che, quel che l’Europa unita ha ten­tato di fare, per creare non solo isti­tu­zioni po­li­ti­che ma so­ciali, eco­no­mi­che. Dai de­litti del ‘900 siamo usciti, nel ’46, con un patto di mu­tua as­si­stenza fra cittadini.

È detto Wel­fare per­ché prese forma in In­ghil­terra gra­zie al piano con­ce­pito du­rante la guerra, su man­dato del go­verno, da Wil­liam Be­ve­ridge, uno dei fon­da­tori della Fe­de­ral Union: lo Stato del Be­nes­sere (me­glio sa­rebbe dire Bene-Vivere: il bene dell’Essere è cosa più sca­brosa) dà si­cu­rezza non alea­to­ria all’indigente, l’escluso, l’anziano, il pa­ria. Per que­sto è una grave svi­sta pen­sare che l’Europa ab­bia con­cluso la mis­sione, e stia lì solo come ar­ci­gna guar­diana dei conti in or­dine. Esat­ta­mente come nel do­po­guerra, sono ri­chie­sti Fon­da­tori, In­ven­tori: se la crisi odierna è una sorta di guerra, è ur­gente im­ma­gi­nare isti­tu­zioni du­ra­ture per­ché i mali che stanno tor­nando (mi­se­ria, di­se­gua­glianza) non tra­sci­nino an­cora una volta le so­cietà in stra­piombi di di­spe­ra­zione, ri­sen­ti­mento, e quell’odio dell’altro che si dis­seta bra­mando ca­pri espia­tori (ieri gli ebrei, oggi gli im­mi­grati e in pro­spet­tiva an­che i vec­chi che «muo­iono così tardi»).

Abo­lire la mi­se­ria: così s’intitolava lo splen­dido li­bro che l’economista Er­ne­sto Rossi, au­tore con Al­tiero Spi­nelli e Eu­ge­nio Co­lorni del Ma­ni­fe­sto di Ven­to­tene, scrisse in car­cere nel ’42 e pub­blicò nel ’46: «Bi­so­gna unire tutte le no­stre forze per com­bat­tere la mi­se­ria per le stesse ra­gioni per le quali è stato ne­ces­sa­rio in pas­sato com­bat­tere il va­iolo e la pe­ste: per­ché non né re­sti in­fetto tutto il corpo so­ciale». La sfida oggi è iden­tica, e sono le pub­bli­che isti­tu­zioni na­zio­nali e eu­ro­pee a do­versi as­su­mere il com­pito. Af­fi­darlo a chiese o fi­lan­tropi vuol dire re­gre­dire a tempi in cui solo la ca­rità era il soc­corso. In molti paesi arabi sono gli estre­mi­smi mu­sul­mani a oc­cu­parsi del Wel­fare, con­fes­sio­na­liz­zan­dolo. Non è dav­vero il mo­dello da imi­tare: gli Stati eu­ro­pei si sono so­sti­tuiti alle chiese fin dal ‘200, creando isti­tu­zioni lai­che aperte a tutti. An­che l’Europa uni­ta­ria in­ve­ste su or­ga­ni­smi co­muni per­ché — sono pa­role di Jean Mon­net — «gli uo­mini sono ne­ces­sari al cam­bia­mento, ma le isti­tu­zioni ser­vono a farlo vi­vere». E ag­giunge, ci­tando il fi­lo­sofo sviz­zero Amiel: «L’esperienza d’ogni uomo ri­co­min­cia sem­pre; solo le isti­tu­zioni di­ven­tano più sagge: ac­cu­mu­lano l’esperienza col­let­tiva e da quest’esperienza e sag­gezza, gli uo­mini sot­to­messi alle stesse re­gole ve­dranno cam­biare non già la loro na­tura, ma tra­sfor­marsi gra­dual­mente il loro com­por­ta­mento». È laico an­che que­sto: vo­ler cam­biare i com­por­ta­menti, non la na­tura dell’uomo.

È im­por­tante ri­cor­dare come nac­que il Wel­fare, per­ché in Eu­ropa, Ita­lia com­presa, le cam­pa­gne elet­to­rali si svol­ge­ranno su que­sti temi, e sul banco de­gli im­pu­tati ci sarà spesso la me­di­cina stessa che dopo il ’45 ci som­mi­ni­strammo sia per abo­lire le guerre, sia per abo­lire la mi­se­ria. Non è im­pro­ba­bile, ad esem­pio, che le de­stre ita­liane — non an­cora emen­date — tra­mu­tino l’Europa in ber­sa­glio: da essa ver­reb­bero quelle re­gole che ci im­po­ve­ri­scono e com­mis­sa­rian­doci, ci umi­liano. L’attacco al go­verno Monti, quando s’inasprirà, sfo­cerà in at­tacco all’Unione. È già chiaro ne­gli slo­gan le­ghi­sti. Lo è nell’offensiva di Ber­lu­sconi con­tro le tasse: cioè con­tro il tri­buto che cia­scuno (spe­cie i ric­chi) deve ver­sare per pre­ser­vare la pub­blica salute.

Ri­fon­dare oggi l’Europa con­cen­tran­dosi sulla lotta alla mi­se­ria si­gni­fica ca­pire per­ché l’Unione ci chiede certi com­por­ta­menti, e al tempo stesso in­ven­tare isti­tu­zioni ag­giun­tive che diano si­cu­rezza all’esercito, in au­mento, di di­soc­cu­pati e pre­cari. Si­gni­fica com­pren­dere che la bat­ta­glia al de­bito pub­blico non è una ma­nia né una man­naia: è il patto ge­ne­ra­zio­nale che l’Unione ci chiede di strin­gere, vi­sto che gli Stati da soli non l’hanno fatto per ti­more delle urne. Il Trat­tato di Maa­stri­cht im­pone di non ca­ri­care le ge­ne­ra­zioni fu­ture di de­biti con­tratti dalla pre­sente ge­ne­ra­zione per pro­cu­rarsi dei beni senza pa­gare le re­la­tive im­po­ste, scrive Al­fonso Iozzo, eco­no­mi­sta e fe­de­ra­li­sta eu­ro­peo, in un sag­gio sulla re-invenzione del Wel­fare («Il Fe­de­ra­li­sta», 1/2010).

Val la pena leg­gerlo, que­sto sag­gio, che pog­gia sulle so­lide basi di studi fatti da Ja­mes Meade, No­bel dell’economia, sui modi di ga­ran­tire red­diti mi­nimi di cit­ta­di­nanza all’intera so­cietà. Il pre­sup­po­sto è estin­guere il de­bito de­gli Stati, e tra­sfor­marlo in cre­dito pub­blico: in un pa­tri­mo­nio che lo Stato pre­veg­gente tiene per sé, de­di­can­dolo non alle spese cor­renti ma al fi­nan­zia­mento del Wel­fare, que­sto bene non solo smi­nuito ma spesso in­viso. Iozzo è con­vinto, come il li­be­ral Meade, che la ric­chezza delle na­zioni o dell’Europa (il Pil) vada cal­co­lata con nuovi me­todi (Meade chia­mava il suo Stato Aga­tho­pia, il Buon po­sto in cui vi­vere). Il cri­te­rio non è più la dif­fe­renza fra quel che co­stano i beni pro­dotti e il red­dito ri­ca­vato. È il pa­tri­mo­nio di cui di­spone lo Stato, è la sua ge­stione: l’obiettivo è sa­pere se alle ge­ne­ra­zioni fu­ture verrà la­sciato un ca­pi­tale mag­giore o mi­nore di quello che noi ab­biamo ri­ce­vuto dalle ge­ne­ra­zioni pre­ce­denti. Le leggi di Maa­stri­cht ap­pli­cano tale me­todo, pre­scri­vendo come primo passo l’estinzione del de­bito pubblico.

Re­sta da com­piere il se­condo passo: la tra­sfor­ma­zione del de­bito in un cre­dito che pro­tegga i cit­ta­dini in tempi di crisi. Non tutti hanno come pa­tri­mo­nio il pe­tro­lio nor­ve­gese, ma Oslo è un mo­dello e ogni Stato ha l’acqua, l’aria, pos­si­bil­mente nuove forme di ener­gia: al­tret­tanti beni pub­blici con­su­mati dall’individuo. Poi­ché pe­tro­lio e gas prima o poi fi­ni­ranno, la Nor­ve­gia ha isti­tuito con i ri­cavi ener­ge­tici un Fondo pen­sione sot­tratto all’azzardo dei mer­cati. Solo il 4% del Fondo può es­sere an­nual­mente usato per la spesa pub­blica, la­sciando ai cit­ta­dini un ca­pi­tale a di­spo­si­zione per il fu­turo, quando il pa­tri­mo­nio sarà esau­rito (ogni nor­ve­gese è pro­prie­ta­rio vir­tuale at­tra­verso il Fondo di circa 100.000 euro, con­tro una quota del de­bito pub­blico a ca­rico di ogni ita­liano di 30.000 euro).

Avendo com­bat­tuto i de­biti pub­blici, l’Europa po­trebbe esco­gi­tare ini­zia­tive si­mili, in­du­cendo gli Stati a ga­ran­tire nuova si­cu­rezza so­ciale. Non solo; po­trebbe far ca­pire che nei co­sti vanno or­mai in­cluse l’acqua sper­pe­rata, l’aria in­qui­nata: beni non rin­no­va­bili come il pe­tro­lio nor­ve­gese. Si parla molto di far ri­par­tire la cre­scita. Ma essa non po­trà es­ser quella di ieri, e que­sta ve­rità va detta: per­ché i paesi in­du­stria­liz­zati non cor­re­ranno come Asia o Su­da­me­rica; e per­ché la no­stra cre­scita sarà d’avanguardia solo se eco­lo­gi­ca­mente so­ste­ni­bile. Di qui l’importanza delle pros­sime ele­zioni: non solo quelle na­zio­nali, ma quelle del Par­la­mento eu­ro­peo nel 2014. Chi gri­derà con­tro le tasse e con­tro l’Europa troppo pa­tri­gna e se­vera pro­mette un paese dei ba­loc­chi, dove è sem­pre do­me­nica e sem­pre truffa. Me­glio sa­perlo prima, che troppo tardi. Me­glio ri­co­min­ciare l’eroismo, di cui non cessa il bisogno.


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